uno dei due è l'altro

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venerdì 23 febbraio 2018

Maya Deren: l'immagine, la musica, il gesto.









“È la madre di tutti noi”. Questa è la spesso ripetuta definizione di Maya Deren, fatta originariamente dal regista statunitense Stan Brakhage (1933-2003), considerato uno dei maggiori e più influenti filmmakers sperimentali del XX secolo. Se si legge poi un celebre testo del critico cinematografico Paul Adams Sitney sulla storia del cinema d’avanguardia americano si scopre che i primi due capitoli sono dedicati a Maya Deren e alla sua opera, messa anche a confronto con Un Chien Andalou di Salvador Dalì e Louis Buñuel (1) .

Su un altro versante disciplinare, in un testo di un paio di decenni fa, che raccoglie testi sulla possessione rituale, l’antropologa Cecilia Pennaccini, nel dedicare il suo corposo saggio all’analisi di un film sul vodù haitiano di Maya Deren, sottolinea che



“se sono molti gli studi storici, sociologici o antropologici sul vodù, quello della Deren è uno dei pochi a contenere un’esperienza diretta, vissuta in prima persona, della trance [...] la possibilità che la Deren ci ha offerto di rivivere la sua esperienza del vodù attraverso le immagini del suo film è unica nella storia dell’antropologia” (2).


Oltre che antesignana del cinema sperimentale e dell’antropologia visuale, Deren è ormai inclusa nel pantheon delle “grandi donne” del Novecento in innumerevoli manifestazioni culturali dedicate al pensiero femminile (una sia pur sommaria navigazione sul web ne può dare un’idea), accanto a nomi prestigiosi come quelli dell’antropologa lituana Marija Gimbutas e la filosofa spagnola Maria Zambrano. (3)


Ma chi è stata allora Maya Deren, una cineasta, un’antropologa, una femminista, tutte queste cose e forse altro ancora? In questa breve nostra proposta vorremmo limitarci a ripercorrere la vastità di temi ed implicazioni che la sua vita breve, ma avventurosa ed appassionata, ha sollevato, aggiungendo inoltre, come nostra proposta, un tassello, che ci pare di grande utilità per identificare l’asse centrale della sua opera: l’Antropologia del gesto.



Meshes of the Afternonn






        
At Land








Ritual in Transfigured Time






Formazione


Eleanora Derenskovskij nasce a Kiev il 29 aprile 1917 da famiglia ebraica benestante e non osservante. Il padre Solomon era uno psichiatra, allievo di Pavlov, che temendo di essere perseguitato per le sue simpatie trotzkiste, decise di lasciare il Paese con la sua famiglia per trasferirsi nel 1922 negli Stati Uniti, a Syracuse nello stato di New York. Con l’ottenimento della cittadinanza nel 1928 il cognome fu mutato in Deren. Dal padre Eleanora mutuò varie influenze (4) , quali una attenzione al mondo onirico e la militanza nella sinistra politica, quest’ultima condiviso con un sindacalista trotzkista, Gregory Bardacke, che sposò giovanissima, ma da cui divorzierà ben presto per dedicarsi agli studi. Dopo la sua laurea in letteratura inglese allo Smith College i suoi interessi prendono un nuovo orientamento, fra l’arte e l’antropologia, le sue due grandi passioni di vita.


La svolta decisiva fu l’incontro, agli inizi degli anni Quaranta, con Katherine Dunham, ballerina, coreografa e antropologa, pioniera della danza afroamericana (5). Eleanora le si propose come segretaria personale, ma finì per farle da vera e propria manager. Tramite Dunham avvenne anche l’incontro con Alexander Hackenschmied, documentarista praghese emigrato a Los Angeles con il nome di Hammid. Questi sarà non solo il secondo marito di Eleanora, ma colui che la introdurrà al cinema e che la ribattezzerà Maya, nome della madre del Buddha, nonché termine chiave delle filosofie orientali, cui in quel periodo erano sensibili i coniugi Hammid.








I primi quattro film



Con Hammid Maya gira nel 1943 il suo primo film, Meshes of the Afternoon, considerato da gran parte della critica cinematografica il suo capolavoro (6) . Realizzato in 16 mm e interamente a spalla in meno di venti giorni, Meshes, a causa della dimensione onirica della “storia raccontata”, fu da subito associato alle poetiche surrealiste coeve. Ma, come è stato in seguito riconosciuto (a cominciare dal grande psicologo, teorico del cinema e critico d’arte tedesco Rudolph Arnheim), si tratta di un grave errore, cui mise in guardia la stessa Deren, apertamente critica del surrealismo, niente affatto interessata all’autoreferenzialità e alla “fantasticheria” (7). Quanto poi alle analisi freudiane, va ricordato che il suo frequente uso spinse addirittura l’artista a ritirare il film dalla circolazione, fino a quando il suo terzo marito, il compositore giapponese Teji Ito non aggiunse una colonna sonora. (8) Il successo della pellicola la mise in contatto con gli ambienti dell’avanguardia newyorkese, che gravitavano intorno al Greenwich Village, in particolare con personaggi come John Cage (che farà una comparsa nel successivo At Land) e Marcel Duchamp (con il quale gira nello stesso 1943 il film Witch’s Cradle, rimasto incompiuto).


L’anno successivo (1944) è la volta di At Land, cortometraggio concepito questa volta da sola, nel quale, pur nel mantenimento di un registro onirico, appare la centralità dell’elemento acquatico e marino, dal quale emerge e torna la protagonista, accanto agli elementi vento e terra (9) . Si può leggervi un rituale di morte e rinascita o uno junghiano processo di individuazione, come nelle parole di Deren stessa:


“Ogni individuo è il centro di un vortice personale; e l’aggressiva varietà ed enormità delle avventure che gli turbinano intorno e con cui si confronta sono unificate solo dalla sua identità personale.Arte del tempo e dello spazio, il cinema è particolarmente capace, come strumento artistico, di creare una forma in cui l’integrità dell’identità individuale è in contrappunto al carattere instabile di un universo relativistico. Questa relazione dinamica, con tutte le sue implicazioni emozionali e ideologiche, è la preoccupazione principale del film” (10) .






Un altro anno e Deren realizza A Study in Coreography of Camera. Questo brevissimo cortometraggio (durata 2’23’’) può essere descritto come un pas de deux tra ballerino l’afroamericano Talley Beatty, ex membro della Dunham Company, ed unico interprete del film) e cinepresa. Ogni drammatizzazione viene abbandonata, ma non per questo siamo in presenza di un documentario “sulla” danza, semmai di un film “che danza” (cine-danza), come ben spiega la stessa autrice:

 “La maggior parte dei film di danza sono registrazioni di danze che erano in origine concepite per il palcoscenico teatrale e per il punto di vista fisso frontale del pubblico. Al massimo, quando la cinepresa agisce come un occhio mobile del pubblico -quando si avvicina con primi piano o guarda di lato- questa mobilità della visione ha un effetto soltanto superficiale sulla concezione dello spazio e sui movimenti della danza stessa. In questo film ho tentato di collocare il danzatore in uno spazio cinematografico illimitato. Inoltre, egli condivide con la cinepresa una corresponsabilità per i movimenti stessi. Questa è, in altre parole, una danza che può esistere solo sulla pellicola” (11) .

La danza torna protagonista, e non abbandonerà più Deren, nel successivo Ritual in Trasfigured Time del 1946, interpreti protagonisti la stessa regista, la scrittrice Anaîs Nin e due ballerini professionisti, Frank Westbrook e Rita Christiani. Con quest’ultima, conosciuta ai tempi della collaborazione con Katherine Dunham, Deren ebbe una profonda sintonia dovuta anche all’interesse per le conoscenze che Christiani, nativa di Trinidad, possedeva su pratiche rituali del suo Paese assai vicine a quelle del vodù haitiano (che la regista già conosceva attraverso Dunham e sulle quali sarebbe di li a poco tornata). Come il precedente Coreography documentava la danza, ma realizzava la cine-danza, Ritual non documenta il rito, ma realizza il “rituale cinematografico”, secondo la definizione dell’autrice che ne spiega anche il titolo:

 “Un rituale cinematografico, che si ottiene non solo in termini spaziali, ma in termini di un Tempo creato dalla cinepresa. Qui il tempo non è un vuoto che deve essere misurato da un’attività spaziale atta a riempirlo. Al contrario, in questo film, esso non solo crea realmente molte azioni ed eventi, ma costituisce la speciale integrità della forma come un tutt’uno”  (12). 



Con questo quarto cortometraggio la lontananza dall’autoreferenzialità surrealista e dalle introspezioni psicoanalitiche è incommensurabile e senza ritorno, all’insegna della “depersonalizzazione” (13) :

"Ho chiamato questo nuovo film Ritual non solo per l’importanza della qualità del movimento, ma perché un rituale è caratterizzato dalla depersonalizzazione dell’individuo. In alcuni casi è persino marcato dall’uso di maschere e indumenti voluminosi, così che la persona dell’esecutore è virtualmente anonima; ed è anche marcato dalla partecipazione della comunità, non come una serie e un accumulo di personalità, nel senso del romanticismo, ma come un’entità omogenea i cui modelli interni alla relazione tra gli elementi creano, insieme, un movimento più ampio del corpo come un tutt’uno. L’intento di tale personalizzazione non è la distruzione dell’individuo; al contrario, essa lo estende oltre la dimensione individuale e lo libera dalla specializzazione e dai confini della "personalità" (14) ”.






Il film e il libro sul vodù


Mentre Ritual è al suo compimento Maya ricevette dalla Guggenheim Fondation una borsa di studio per un film che mettesse in rapporto i giochi infantili e i rituali di possessione di Haiti e di Bali, bambole e dèi, feticci e carte da gioco (15). Approdata ad Haiti nel settembre 1847, Deren fu la prima donna bianca ad essere iniziata alla religione vodù. Tornò nel paese altre tre volte, per un totale di ventuno mesi di soggiorno nell’isola caraibica, al termine dei quali L’Haitian film footage, girato in 16 mm, senza sonoro e in bianco e nero, durava complessivamente oltre quattro ore. Il film non fu mai montato e fiumi di inchiostro sono stati versati per coglierne le motivazioni. (16) Tuttavia, negli anni Settanta del secolo scorso Tiji Ito, l’ultimo marito di Maya, insieme con la nuova moglie Cheril, hanno assemblato alcuni dei materiali girati e nel 1977 hanno messo in circolazione un filmato col titolo Divine Horsemen. The Living Gods of Haiti (17) , della durata di meno di un’ora. Questa è tutt’ora, purtroppo, la versione che circola sul web o che è acquistabile in DVD.

Purtroppo, perché anche se l’accompagnamento sonoro si avvale di una parte del repertorio haitiano registrato da Deren, lo stile è quello dei reportages televisivi, con la tipica intonazione neutra del narratore. Quanto di più lontano dal pensiero di Maya, che scrisse: 

“Il solito stile informativo dei commenti per documentari o filmati a uso turistico è inadeguato a compensare il distacco del pubblico. Allora, la mia intenzione è quella di usare la colonna sonora del film per fornire la conoscenza dell’invisibile. Questa conoscenza dell’invisibile, a sua volta, non solo informerà il pubblico su ciò che sta vedendo e perché, ma permetterà anche di guardare con appropriato tono emotivo. Il commento non deve solo fornire dei dati alla mente, deve "compromettere" l’occhio, per far comprendere davvero al pubblico, empaticamente, i significati emozionali e psicologici che questi riti hanno per il serviteur haitiano. La soluzione di questo problema sarebbe, ritengo, un commento poetico (18) ”.




Tuttavia, se il film ha avuto il destino di una “manipolazione arbitraria” (19) , l’esperienza haitiana di Deren ha lasciato in compenso un libro davvero formidabile, irriducibile a qualsiasi genere precedente e successivo, anche in ambito antropologico: Divine Horsemen. The Living Gods of Haiti, pubblicato a New York nel 1953 (20) . La premessa e l’introduzione espongono compiutamente il lucido progetto di fusione fra arte e antropologia, che tanto affascinò il grande mitologo Joseph Campbell, che scrisse la prefazione al volume (21) . La prosa stessa poi è stata portata ad esempio (22) , come nell’apertura del primo capitolo (La Trinità: Morti, Misteri e Marassa)

“Giunto al tramonto della sua vita, un vecchio racconta ad un giovane: ed ecco il mito. Tutti i vecchi cominciano dal principio. Le loro storie parlano sempre, in primo luogo, dell’origine della vita. Cominciano con l’immaginare quell’evento, di cui nessun uomo fu testimone, e che rimane, tutt’ora, un mistero. Iniziano la storia della loro razza con un’invenzione favolosa, perché se la vita fu la prima ad apparire, in ordine di tempo, essa è, per tutti gli uomini, il primo miracolo anche in ordine d’importanza. È un fatto positivo. Il mito è un complesso di fatti dello spirito materializzati in una leggenda” (23) .


 Il testo si conclude con la descrizione della propria possessione (La bianca oscurità, come si intitola appunto il capitolo finale): 

“Come il mondo sembrava chiaro in quella prima intera luce! Pura forma senza l’oscurità del significato. Vedevo tutto in un colpo, senza successione, e ogni dettaglio era uguale, e ugualmente lucido, prima che il senso d’importanza relativa imponesse ai volti, che mi stavano intorno, una distinzione fra lo splendore degli occhi e l’ombra delle narici. Eppure, mentre guardavo, come per ricordare per sempre quel mondo primordiale, già le forme si modulavano in significati e non erano più forme, ma notte, perystile, gente. I vestiti bianchi e le camicie, il rivestimento di pelle del’asson, ancora vibrante, si fusero un attimo con il ricordo evanescente d’una tenda bianca nella notte scura e d’un vaso d’acqua. Ero tornata anch’io, come le anime dei morti. Ma il viaggio di ritorno fu lungo e duro per il forte cavallo e per il grande cavaliere” (24)






Gli ultimi due film


A parere di alcuni studiosi la vena cinematografica di Maya Deren, dopo l’immersione antropologica haitiana, si esaurì (25) . Non siamo affatto d’accordo. Anzi, forse le due ultime opere rivelano ancor più chiaramente quell’asse centrale della sua opera, che non sta nel cinema o nella danza, e neppure nell’etnologia, ma nell’antropologia del gesto.

Nel 1948, a ridosso del primo viaggio caraibico, Maya realizza Meditation on Violence, dove è assente una qualsivoglia narrazione, a vantaggio della pura espressione fisica del performer Chao-li-Chi, che mostra i movimenti del pugilato cinese, nelle sue due scuole tradizionali di wu-tang e shao-lin (26). Pur fra scarti e differenze (27) , Meditation è, dopo quella del 1945, un’ulteriore Choreography for Camera, più estesa e perfezionata sul cammino della “depersonalizzazione”. (28)

L’ultimo film di Deren porta la data del 1959 (tre anni prima della prematura scomparsa) e il titolo The Very Eye of Night. Anche quest’opera può considerarsi un’estensione e perfezionamento di Coreography, ma da un altro punto di vista. La danza torna al centro dell’attenzione, in una vera e propria coreografia del cosmo, interpretata dagli allievi della Metropolitan Opera Ballet School di New York. L’idea risaliva al 1951, ma la traversie produttive ne fecero il suo film più lungo e costoso. Prendendo spunto da Ritual, Maya stampò tutto il film in negativo, per rendere visivamente questo viaggio cosmico notturno.

A differenza di Meditation il film non ebbe molto successo, e tale giudizio fu confermato dalla critica successiva (29) . Ma per sapere di cosa si tratti è meglio, ancora una volta, rivolgersi alla stessa regista: 

“Il tema del film è l’universo interiore dell’uomo, in cui egli entra quando si addormenta. Questo universo interiore è un microcosmo, dotato di leggi, qualità e strutture analoghe a quelli del macrocosmo: entrambi sono guidati da una "logica imperturbabilità" e caratterizzati dall’infinità dello spazio e del tempo” (30). Non solo, ma in barba alle ispirazioni “infrarazionali” del surrealismo e di larga parte delle avanguardie (31) , Deren non esita ad usare per la sua opera il termine “metafisica”: “ "Metafisico" nel senso in cui diciamo "poeti metafisici" come Donne; con la forte differenza, nel caso di questo film, che il sistema metafisico non è di tipo tradizionale (come, per esempio, quello cristiano, buddhista ecc.), ma basato sulle intuizioni universali a cui si è riferito Jung e che, derivati dalla natura e dall’uomo stesso, sono invariabilmente presenti nei sistemi tradizionali”. (32)








Proposta


Alla fine di questo breve excursus proviamo a tirare le somme e ad avanzare una proposta. Di certo Maya Deren non può essere confinata nel ruolo di “madre del cinema sperimentale americano”. I suoi film e i suoi scritti, sul cinema e non (33) , hanno una portata ben più vasta e decisiva e Anita Trivelli ne coglie perfettamente il significato in apertura del suo volume:

 “Questa cineasta ha promosso infaticabilmente un cinema che demistifica l’individualità creatrice e pone l’accento sulle radici ritualistiche dell’arte. L’attrazione di Maya Deren per la danza, i giochi, le cerimonie religiose vudù e per ogni forma ritualistica originavano dalla convinzione che spostarsi dall’autoreferenzialità, e dalle nostre abituali nozioni sul mondo, fosse una necessità di vitale importanza tanto sul piano individuale quanto su quello culturale” (34)
Parole che fanno eco a quelle di Elémire Zolla, scritte venti anni prima: 

“I suoi scritti teorici sul cinema sono assai prossimi a quelli di Artaud sul teatro: ella si proponeva un’arte rituale, spersonalizzante, che restaurasse la consapevolezza di divinità archetipe, eclissando così i nessi causali” (35) .





Lo zolliano riferimento ad Antonin Artaud (36) ci pare particolarmente appropriato e denso di conseguenze inesplorate. Circa un quarto di secolo fa veniva pubblicato in Francia, nella prestigiosa collana Bibliothéque des Idées delle edizioni Gallimard, un importante saggio di Monique Borie (37) , che si distingueva nella pletora di pubblicazioni sul visionario artista e pensatore francese. Nelle sue pagine finali, fatto non rilevato neppure nella lunga prefazione di Ferdinando Taviani, si accordava un posto di rilievo ad una interessante comparazione: 


“Profferitore e mimo - di una pantomima non pervertita - l’attore artaudiano ripercorre il tragitto del sorgere del linguaggio che lo riporta alle origini di un’espressione umana in cui il parlare era un atto del corpo sostenuto dall’energia dei muscoli e del respiro. Il discorso d’Artaud sull’attore ricorda, in un certo senso, lo spirito che ha guidato Marcel Jousse nelle analisi confluite in Antropologia del gesto”. (38)


Fin qui Monique Borie.



Noi stessi, che di Marcel Jousse ci siamo occupati, negli ultimi quindici anni, in innumerevoli saggi (39) , abbiamo innanzitutto esaminato le valenze teatrali e teatrologiche della sua Antropologia del gesto (40). Restano tuttora da esplorare le valenze cinematografiche, dopo i primi cenni che risalgono addirittura agli anni Venti del secolo scorso (41).

Ma cos’è l’Antropologia del gesto di Marcel Jousse (1886-1961)? Non potendo soffermarci in questa sede sull’autore (42) ci limitiamo a estrapolare alcuni dati della sua ricerca, che paiono utili per comprendere il lavoro di Maya Deren. Era il 1912, quando Jousse annunciava il suo progetto con le seguenti parole: 

“Porto dentro di me un grosso lavoro sull’antropologia dell’espressione umana dal "concretismo" fino all’ "algebrismo". Contavo di dedicarmi all’astronomia. L’astronomia mi ha indotto a porre il problema dell’algebra: come si è arrivati a non pensare più se non in termini di x, y, z? Allora, sono sceso di meccanismo in meccanismo e sono arrivato al linguaggio dei gesti, che è all’origine dell’espressione umana e dunque di tutte le liturgie, e che mi ha fatto comprendere l’espressione mimo-drammatica dei profeti e dei popoli rimasti spontanei. Ecco il grande sistema di ricerche al quale mi applico” (43)




Queste parole non sembrano in straordinaria risonanza con quelle che Deren userà per la sua ultima opera, e che abbiamo ricordato in precedenza? Sia il “sistema di ricerche” joussiane che il “sistema metafisico, ma non di tipo tradizionale” dereniano, hanno ambedue a che fare con il linguaggio del gesto (o meglio ancora con il “gesto sotteso al linguaggio”); e come Jousse parla di “origine dell’espressione umana”, Deren parla di “derivazione dalla natura e dall’uomo stesso”. Solo dopo (dopo l’universalità antropologica) vengono le diverse liturgie (per Jousse) e i diversi sistemi tradizionali (per Deren). Dunque, senza nulla togliere al richiamo a Jung fatto dalla stessa Deren, ci pare ancora più calzante una comparazione con Jousse. Sempre a proposito dell’ultima ed incompresa opera dereniana, The Very Eye of Night, si è parlato di “coreografia cosmica”, ma per approfondirne il significato sarà utile leggere il seguente passo joussiano: 

“L’universo si presenta all’Anthropos ritmo-mimatore come un formidabile intreccio di gesti internazionali, inconsci e ritmicamente trifasici, che egli rigioca e successiva con coscienza e logica secondo il trifasismo ritmico. L’Anthropos, come una specie di microcosmo successivante, riceve e restituisce, in tutto il suo essere, le azioni innumerevoli simultanee del macrocosmo. Il mondo si fa durata e la durata si fa mondo". (44)

 E in quest’ultima frase non sentiamo e vediamo, Ritual in Trasfigured Time, a proposito del quale abbiamo ricordato come Deren dicesse che “il Tempo non solo crea realmente molte azioni ed eventi, ma costituisce la speciale integrità della forma come un tutt’uno”? E non è tutto, perché nel passaggio successivo Jousse afferma che 


“Là, nell’espressione visibile, colui che conosce diviene in un certo senso, attraverso tutto il suo essere che agisce, l’oggetto conosciuto. Lo diviene a tal punto che, a rigor di termini, il "ritmo minatore" espressivo si trasformerà successivamente nelle diverse fasi dei gesti internazionali che esprime. Oggi, grazie alle meraviglie tecniche e scientifiche che lo schermo rende possibili, il cinematografo ci fa assistere a questo fluido passaggio di un essere in un altro, a questa graduale e insensibile fusione di un uomo in un oggetto di cui egli esegue e "successivizza" le azioni, i gesti” (45). 





Dunque in Jousse troviamo non solo un oggetto d’interesse comune a Deren ossia il gesto umano riflesso del gesto cosmico, osservato in particolare nei tre settori privilegiati del bambino, del “primitivo” e del folle (46), ma la consapevolezza dell’importanza e delle possibilità del mezzo cinematografico in questa ricerca. Abbiamo citato Jousse in relazione a The Very Eye of Night, lo abbiamo fatto anche in relazione a Ritual, ma che dire della dimensione onirica, ampiamente presente nella Deren dei primi film, e che i critici più sprovveduti continuano ad accostare al surrealismo e alla psicoanalisi (47), malgrado il netto rifiuto della stessa regista? Ascoltiamo le parole di Jousse

“Il sogno è un rigioco cinetico globale incessante, nel senso che i nostri meccanismi di rigioco saranno fermi soltanto quando saremo morti. Solo il suicidio può fermare volontariamente questo tragico film vivente” (48).

 Non state pensando al suicidio finale della protagonista (interpretata da Deren stessa) in Meshes? E, per rimanere a Meshes, e al tema del sonnambulismo che attraversa il film, ascoltiamo ancora Jousse

“Noi sogniamo con tutto il nostro corpo. Quanto possederemo apparecchi registratori abbastanza sensibili potremmo cogliere tutto ciò che si gioca nei nostri diversi meccanismi di rigioco. Di solito, passano del tutto inosservati i sogni corporei-manuali, salvo i casi di sonnambulismo, allorché è impossibile non accorgersi che tutto rigioca globalmente. Stupisce che i sonnambuli siano capaci di imprese straordinarie, dovute al fatto che essi sono guidati soltanto dai loro gesti. Il gioco della coscienza, che provocherebbe la vertigine, non viene a interferire con il gesto”. 

E così via. (49) Altro che scomodare Freud (50)! Potremmo andare avanti, ma ci fermiamo qui, perché il nostro vuole essere solo un invito a gettare un po’ di attenzione verso il pensiero e l’opera di un autentico genio (51) femminile del Novecento, Eleanora Derenkovskij divenuta Maya Deren, che sembra aver voluto dare una risposta al rammarico di Marcel Jousse


“A questo punto dobbiamo rammaricarci che i cineasti non abbiano avuto il tempo di dover risolvere problemi esclusivamente gestuali. Il cinema muto, dal punto di vista psicologico, aveva una ricchezza, un’espressività di gran lunga più potente del cinema sonoro” (52).






note



1Paul Adams Sitney, Visionary Film. The American Avant-Garde, Oxford University Press, New York 1974. I primi due capitoli si intitolano rispettivamente Meshes of the Afternoon (titolo del primo film della Deren) e Ritual and Nature.
Cecilia Pennaccini, “Grandi dei non possono cavalcare piccoli cavalli”. Maya Deren e il vodù haitiano, in Giovanna Parodi da Passano (a cura di), Mito e desiderio. Il corpo e la possessione nei riti afro-americani, Franco Angeli, Milano 1995, p. 146.
Valga d’esempio la V edizione della rassegna Le Modelle. Antiche Donne e Contemporanee. Percorsi di Genealogia Femminile: http://www.provincia.pu.it/fileadmin/grpmnt/1150/libretto_e_calendario_2008_Le_Modelle.pdf
Alcuni biografi ricordano come Eleanora si definisse addirittura “un’escrescenza della mente paterna”.
Cfr, l’eccellente studio di Katherine Dunham, Vodu. Le danza di Haiti, Ubulibri, Milano 1990. Il saggio fu pubblicato per la prima volta nel 1947 in versione inglese e spagnola. Nel 1950 uscì la traduzione francese con la prefazione diClaude Lévi-Strauss (riportata anche nell’edizione italiana).
6 Il lettore desideroso di un approfondimento, oltre alla visione su YouTube dei film citati, potrà utilmente leggere in lingua italiana l’esauriente volume (da cui abbiamo ampiamente attinto) in commercio da una decina d’anni: Anita Trivelli, Sulle tracce di Maya Deren. Il cinema come progetto e avventura, Lindau, Torino 2003.
Riprendiamo il termine dalla nota, e sempre attuale, anche a distanza di mezzo secolo, requisitoria di Elémire Zolla contenuta in Storia del fantasticare, Bompiani, Milano 1964, dove nel capitolo intitolato L’avanguardia, il surrealismo e la liquidazione della simbologia scrive: “Il surrealismo, e in genere l’avanguardia, è una truffa calcolata sulla scarsa probabilità che qualcuno possa discernere i due ordini distinti, l’accesso all’intelletto attivo e la disordinata fantasticheria puramente psichica o fisiologica, dato che ormai non sopravvive una conoscenza esatta della simbologia religiosa e della sua possibile vivificazione” (p.213.). Deren, come vedremo, conobbe la distinzione e, dopo la conoscenza della religione vodù, non esitò a parlare per la sua ultima opera cinematografica di “metafisica”.
Ci permettiamo tuttavia di segnalare la possibile pertinenza per Meshes, come del resto per altri film della Deren, delle proposte di psicanalisi archetipica, non freudiana, ma di derivazione junghiana, di James Hillman, in particolare quelle contenute in Il sogno e il mondo infero, Il Saggiatore, Milano 1988. Del resto, Jung, come vedremo, sarà un importante riferimento dereniano negli ultimi anni della sua vita. Ma per capire la visione del mondo onirico di Deren, accanto ad Hillman, ma da tutt’altra prospettiva, sarà interessante accostare l’Antropologia del gesto di Marcel Jousse, cosa che faremo al temine di questo articolo.
Per questo, accanto all’Hillmann della nota precedente, suggeriremmo anche la lettura degli studi di Gaston Bachelard sugli elementi, pubblicati originariamente tra il 1942 e il 1948, gli stessi anni in cui Deren girava i suoi primi film: Psicanalisi delle acque. Purificazione, morte e rinascita, Red, Milano 1987; Psicanalisi dell’aria. Sognare di volare. L’ascesa e la caduta, Red, Milano 1988; La Terra e le forze. Le immagini della volontà, Red, Milano 1989; La Terra e il riposo. Le immagini dell’intimità, Red, Milano 1994. Lo studio sul quarto elemento (il Fuoco), rimasto incompiuto, è stato pubblicato in lingua italiana come Poetica del fuoco. Frammenti di un lavoro incompiuto, Red, Milano 1990. Sullo stesso tema cfr. anche le conversazioni radiofoniche raccolte in Bachelard, La poesia della materia. Il sogno, l’immaginazione e gli elementi naturali, Red Milano, 1997 (con 2 CD allegati con la voce di Bachelard).
10 Cit. in Anita Trivelli, op. cit, pp. 110-111. 11 Ibidem, pp.124-125. 12 Ibidem, p.143.
13 Per questo, con la sua consueta lucidità Elémire Zolla scrisse sinteticamente che “È giudicato il suo capolavoro A Study in Coreography, ma introduce meglio alla sua opera letteraria Ritual in Trasfigured Time (voce Antropologia poetica, in Novecento Americano vol.III, Lucarini, Roma 1983, p. 721).
14 Ibidem, p. 162. Alla luce di tale lucide parole, non poteva non consumarsi una irreparabile rottura fra la regista e Anaís Nin, scrittrice vicina al surrealismo e alla psicoanalisi freudiana, che visse la “depersonalizzazione” come “distruzione dei personaggi” e addirittura “distruzione del film”.







15


L’interesse per i significati profondi dei giochi e giocattoli infantili accomuna alcune delle migliori menti. Valgano alcuni esempi. Cfr. innanzitutto Heinrich von Kleist (Sul teatro di marionette), Charles Baudelaire (Morale del giocattolo) e Rainer M. Rilke (Bambole), leggibili in lingua italiana in un unico volumetto: Morale del giocattolo. Tre incursioni nell’immaginario dell’infanzia, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo 1991. In tempi più recenti segnaliamo un’altra triade: Giorgio Agamben, Il paese dei balocchi. Riflessioni sulla storia e sul gioco, in Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Einaudi, Torino 1978; pp.63-88, Claudio Lanzi, Iniziazione e magia nei giochi dell’infanzia, Simmetria, Roma 2012; e ultimo, ma non certo per importanza, la nuova edizione di Elémire Zolla, Lo stupore infantile, Marsilio, Venezia 2014. dove si riproducono in appendice sei pagine di appunti zolliani dei primi anni Settanta del secolo scorso sui giochi infantili. Su questi ultimi volumi (Lanzi e Zolla) ci permettiamo di rinviare alla nostre recensioni leggibili sulle pagine web seguenti: http://www.europaquotidiano.it/2013/03/27/quando-i-bambini-persero-linfanzia/ http://www.europaquotidiano.it/2014/09/29/lincanto-dellinfanzia-secondo-elemire-zolla/ Il mondo del bambino è, d’altra parte, anche uno dei settori privilegiati dell’Antropologia del gesto di Marcel Jousse, cui accenneremo alla fine di questo articolo.

16 Elémire Zolla riassume da par suo così: “Durante una cerimonia uno degli spiriti, un loa aveva fatto di Maya la sua cavalcatura e la rivelazione così ottenuta le aveva imposto di degraduali, pacati ragionamenti la concezione voodoo dei sommi archetipi o loa, che l’uomo può dire di conoscere davvero quando li sa far scendere in tutta la loro forza, capaci di spossessarlo da se stesso. Incanta, leggendo la prosa di Maya, verificare che sempre i sommi artisti hanno saputo, oscuramente, ciò che il voodoo lucidamente enuncia nella limpida luce della razionalità” (Zolla, Ibidem, p. 722).

17 È il titolo del libro della Deren, cui accenneremo più avanti.
18 Cit. in Anita Trivelli, op. cit, p. 199.
19 È la lapidaria conclusione di Anita Trivelli in Ibidem, che aggiunge: “A questo destino, evidentemente, intendeva sottrarre il suo lavoro haitiano, che avrebbe preferito mostrare non montato”. Più morbida la posizione di Cecilia Pennaccini: “È necessario dunque guardare alle immagini del film sul vodù al di là del loro montaggio; è infatti nelle immagini stesse, nella maniera con cui sono state realizzate, per mezzo dell’inquadratura, delle focali, dei movimenti della camera e dei personaggi e del gioco degli sguardi, che mi pare si possa pienamente rintracciare il linguaggio originale della Deren. Esso è all’opera nella qualità interna delle inquadrature e non (o almeno non compiutamente) nel discorso che emerge dalla versione montata dal marito” (Cecilia Pennaccini, “Grandi dei non possono cavalcare piccoli cavalli”. Maya Deren e il vodù haitiano, in Giovanna Parodi da Passano (a cura di), Mito e desiderio, Il corpo e la possessione nei riti afro-americani, Franco Angeli, Milano 1995, p. 154). A queste parole Pennaccini fa seguire prima un’analisi dettagliata del film e poi la sceneggiatura desunta.
20 Cfr. edizione italiana: Maya Deren, I cavalieri divini del vodù (traduzione di Cristina Brambilla), Est, Milano,1997. Oltre ai vari scritti sul cinema, in precedenza (anno 1942) Maya aveva scritto un saggio antropologico, di carattere più accademico, sul quale rimandiamo ad Anita Trivelli, op. cit., pp. 240-251.






21


“Quando il libro fu scritto incontrò il favore di Joseph Campbell, il quale doveva dire, nella prefazione, che esso era più verace di un ragguaglio empirico-accademico, come di norma l’artista è il migliore interprete di un mito: se vogliamo capire il Cristianesimo forse Dante ci può parlare più autorevolmente di Max Weber. Campbell cita il testo canonico indù che avverte: soltanto chi è capace di farci possedere dal dio, di entrare ed uscire dal dio, può davvero dire di prestargli un culto” (voce Antropologia poetica, in Novecento Americano vol.III, Lucarini, Roma 1983, p. 722).

22 “Maya descrive il sistema teologico e le cerimonie del voodoo in una prosa piana e profonda, procedente come a circoli via via dilatati, concentrici sul pelo dell’acqua. Esemplare è l’avvio [...] E via tornando sulle parole: mito, inizio, discorso del crepuscolo, sempre meglio precisando e insensibilmente facendo salire di livello in livello, spiegando con graduali, pacati ragionamenti la concezione voodoo dei sommi archetipi o loa, che l’uomo può dire di conoscere davvero quando li sa far scendere in tutta la loro forza, capaci di spossessarlo da se stesso. Incanta, leggendo la prosa di Maya, verificare che sempre i sommi artisti hanno saputo, oscuramente, ciò che il voodoo lucidamente enuncia nella limpida luce della razionalità” (Zolla, Ibidem, p. 722).

23 Maya Deren, I cavalieri divini del vodù, op. cit., p. 30. 24 Ibidem, p. 308.
25 Scrive, ad esempio Pennaccini: “Dal momento del suo primo viaggio ad Haiti la sua produttività in campo cinematografico sembra esaurirsi”. A suffragio dell’affermazione vengono citati anche due passi dell’opera di Sitney Adams (vedi nota 1) : “Durante il suo soggiorno ad Haiti la sua carriera come filmmaker fu radicalmente sviata [...] In quel periodo la sua sorgente creativa iniziale si era esaurita” (Pennaccini, op. cit., pagg.147 e 154).
26 La fascinazione per il pugilato e le arti marziali non è estranea ad una larga parte di protagonisti del Novecento artistico. Cfr. Franco Ruffini, Teatro e boxe. L’”atleta del cuore” nella scena del Novecento, Il Mulino, Bologna 1994.
27 In Meditation, ad esempio, la musica del tutto assente in Choreography, ha una parte di rilievo, con un arrangiamento musicale, in cui intervengono, oltre al flauto cinese, le percussioni registrate dalla regista ad Haiti.
28 Non a torto Trivelli, nel capitolo dedicato a Meditation, richiama costantemente il pensiero estetico di Paul Valéry, per poi concludere: “L’esercizio dinamico della boxe cinese, la sua circolarità cinetica, così congeniale allo sguardo della regista, inanella un circuito infinito che è forse l’ideale prosecuzione del salto conclusivo, finito, di Choreography: dal principio del movimento (Choreography) a quello stesso della vita (Meditation). Lungo il tracciato della  <> espressiva, il film sembra predisporre una sorta di zona franca, in cui Maya Deren consolida certi suoi principi operativi, allenandosi su un setting che può tenere a distanza”. (Trivelli, op.cit., pp. 214-215).
29 Cfr, ad esempio, il solito Adams Sitney parla di “eccessiva stilizzazione, sia intellettuale che grafica [...] l’interesse della regista in questo lavoro si focalizza piuttosto sullo sviluppo plastico, sul conflitto delle proporzioni e sull’illusione dimensionale che sulla struttura reale” (cit. in Trivelli, op.cit., p. 224).
30 Cit in Trivelli, op. cit., p. 226.
31 Cfr. il già citato saggio di Zolla in nota 7.
32 Cit. in Trivelli, op. cit., p.228.
33 Maya Deren, oltre al libro sul vudù, è autrice di una serie di importanti saggi sul cinema sui quali rimandiamo al libro di Anita Trivelli.
34 Trivelli, op.cit., p. 9.
35 Elémire Zolla, voce Antropologia poetica, in Novecento Americano, op.cit., p.723.






36


Per Zolla, non a caso, Artaud è, con René Daumal, l’unico che, capitato nel gruppo surrealista, seppe anche uscirne fuori: “Artaud si libera della servitù della bestemmia e del turpiloquio e anche della pornografia occulta; una volta compreso il carattere demoniaco dell’avanguardia e del surrealismo in specie, egli ne sa dare anche la diagnosi più esatta, smascherandola” (in L’avanguardia, il surrealismo e la liquidazione della simbologia, in Storia del fantasticare, op.cit., pp.211-212). Anche altrove, associando di nuovo Artaud ad Daumal in quanto <dal surrealismo>>, Zolla adopera parole che ben si adattano anche a Maya Deren: “Le arti primitive, egli affermava, sono metafisica in azione[...] Le arti primitive non si spiegano con la psicologia, il loro linguaggio incantatorio non è l’espressione di un semplice sentire. Con Artaud le menti più vigili scoprono che le arti tribali non sono ferine, ma parlano di stati alternativi della coscienza, non sono gridi di angoscia esistenziale, ma punti d’appoggio per attivare la conoscenza di distinti gradi dell’essere” (in Uscite dal mondo, Adelphi, Milano 1992, p. 466).

37 Monique Borie, Le Théâtre et le retour aux sources. Une approche anthropologique, Gallimard, Paris 1989 (trad. it. Antonin Artaud. Il Teatro e il ritorno alle origini, traduzione di Michela Scolaro, Nuova Alfa Editoriale, Milano 1994).

38 Monique Borie, op. cit.,260.
39 Fra i più ampi la cura e introduzione ad un numero speciale della rivista di studi filosofici “Il Cannocchiale” (n. 1/3,2005) dal titolo Marcel Jousse: un'estetica fisiologica.
40 Cfr. Antonello Colimberti, Marcel Jousse e la drammaturgia del gesto mimico, in “Biblioteca Teatrale” n. 65-66, gennaio-giugno 2003, pp. 83-121; Antonello Colimberti, Marcel Jousse e una <>, in "Culture teatrali", n.16, 2007, pp. 117-128.
41 Nelle riviste di lingua francese dell’epoca, cinematografiche e non, sono innumerevoli gli accostamenti fra l’Antropologia del gesto e il mondo del cinema. Valga, a mo’ d’esempio, il seguente riferimento ad un critico cinematografico, che nel tempo si sarebbe affermato in Francia come uno dei più noti e qualificati: Georges Charensol, Le cinéma, art du geste, in “ Monde” (Paris), 20 avril 1929, (“Le cinéma”). Le considerazioni e il titolo stesso dell’articolo di Charensol sono risuonate in Giorgio Agamben: “L’elemento del cinema è il gesto, non l’immagine” (in Note sul gesto, in Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1996.
42 Una nostra presentazione dell’autore e della sua opera è reperibile sul web alla pagina seguente: http://www.ilcovile.it/scritti/antonello_colimberti_jousse.htm
43 Cit. nella Prefazione (del Comitato di studi Marcel Jousse) a Marcel Jousse, L’Antropologia del gesto (traduzione di Elena De Rosa), Edizioni Paoline, Roma 1979, p. 10.
44 Marcel Jousse, L’Antropologia del gesto, cit., pp.142-143.45 Ibidem, p.143.
46 “Anzitutto, innumerevole e universale, il laboratorio del focolare materno, nel quale Jousse può osservare il piccolo Anthropos le cui <> si tendono verso le cose da afferrare e da <>. Poi il laboratorio inesauribile dei popoli spontanei, nel quale le leggi antropologiche si sviluppano con un minimo di costrizione e possono più facilmente essere individuate sotto le varianti etniche. Infine il laboratorio tragico delle cliniche psichiatriche, nel quale lo studio delle scomposizioni dei gesti umani proietta talvolta delle vivide luci sulle leggi profonde che ne regolano il funzionamento normale” (Prefazione del Comitato di studi Marcel Jousse) a Marcel Jousse, L’Antropologia del gesto, cit., pp. 11-12.
47 Fa senz’altro eccezione Anita Trivelli, che nel suo libro stigmatizza ripetutamente tali interpretazioni 48 Ibidem, p. 62.
49 Le poche pagine dedicate da Jousse al sogno andrebbero riportate integralmente, perché fanno piazza pulita di buona parte delle “interpretazioni” del sogno in Deren.






50


Jousse sulla questione dell’inconscio si esprime molto chiaramente, usando parole che sarebbero piaciute a Deren e che riportiamo integralmente: “C’è in noi un subconscio che si ignora. Non sappiamo neppure di che cosa siamo capaci; sono le nostre reazioni che ci istruiscono su noi stessi. Qui incontriamo tutto il sistema freudiano della rimozione. In noi non vi è quasi nulla di conscio! Quello che affiora alla coscienza è soltanto la millesima parte di ciò che si gioca e si rigioca in noi. Parlare di coscienza lucida, di subconscio e di inconscio, vuol dire trinciare grossolani giudizi su un gioco di interazioni la cui dosatura è quanto mai complicata. Il pensiero cosciente è rarissimo. Tutto ciò che io esprimo è alimentato da miriadi di gesti internazionali inconsciamente intussuscepzionati. Quando dico: <animale internazionalmente mimatore>>, c’è, soggiacente a tale affermazione, la materia di trenta anni e più di intussuscepzioni consce e di sperimentazioni orientate. Ecco quanto bisogna bene mettere in evidenza in tutta la questione dell’inconscio e del subconscio. Siamo fatti soprattutto di meccanismi che <>; siamo, il più delle volte, degli esseri <>. Nella direzione dei nostri gesti, interviene naturalmente una certa coscienza, eppure i gesti riescono meglio quando si fanno automaticamente. La coscienza può ostacolare il rigioco. Ma che può stabilire la delimitazione fra il cosciente puro e l’inconscio? (L’Antropologia del gesto, op. cit., p. 65).

51 “Ma che cos’è dunque ancora per noi il genio? Il genius, questa cosa invisibile che credete abiti in voi? Usate ancora tale parola? Ma sì. Quando un essere umano è davvero al di sopra degli altri, quando ha preso i gesti umani, quando li ha plasmati nella sua terribile stretta e li ha ridotti alla limpida unità, voi dite: <<È un genio>>. È un genio. Avete ragione. È una forza più grande dell’uomo. È il soffio che noi vediamo sempre. Lo avete laicizzato, ma risiede ancora nelle vostre bocche. E spetta a noi, antropologhi del mimismo, spaccare la ganga delle vostre parole e guardare cosa c’è dentro […] Sogno sveglio, sogno addormentato: questo grande meccanismo non è sconosciuto nelle sue cause quando lo si studia alla luce dell’antropologia del gesto. Ma proviamoci a dirigere i nostri sogni! Eppure, in alcuni, l’automatismo giunge a essere dominato da un dirigismo trascendentale: è il genio. (Ibidem, p. 90 e 64)

52
Ibidem, p.111.
























sabato 10 febbraio 2018

Potere al Popolo. Intervista a Francesca Coin





La prima domanda è molto semplice: conosci Potere al popolo?
 
Non ho seguito direttamente l’iniziativa di Potere al Popolo. Ero all’estero nel momento in cui è stata cancellata l’assemblea del Brancaccio ed è stata indetta l’assemblea fondativa, dunque non ho potuto seguire quest’esperienza se non attraverso terzi (attraverso amici che magari sono coinvolti direttamente, o attraverso i media). L’idea che mi sono fatta, in questo senso, è un’idea indiretta, attraverso la quale penso di aver colto solo alcuni aspetti del percorso da cui il progetto nasce e delle finalità che si pone.
 
La seconda domanda richiede una risposta forse un po’ impressionistica, legata al nome della lista e ai due termini che in esso compaiono. Potere e Popolo infatti sono due termini ormai desueti nel discorso di sinistra. Come valuti la scelta?
 
Forse questa è la domanda più delicata: il concetto di popolo non solo è desueto ma è anche divisivo, in quest’epoca, forse anzitutto in Italia. Il concetto di popolo nasce dall’identificazione hobbesiana con lo Stato-nazione, e allude a una specie di volontà unica che esiste come riflesso dello stato, “se stato, allora popolo”, diceva Virno commentando Hobbes. Questo “uno”, di fatto, non è mai dato ma esiste nell’immaginario collettivo e oggi esiste ancorpiù come espressione della nostalgia. Su questo si sono spesi fiumi di parole ed è evidente che il nome di “potere al popolo” è stato esposto a critiche. Soprattutto in quella parte della sinistra che si rifà al pensiero post-operaista, è chiaro che il concetto di popolo, così inseparabile dall’idea di stato, sia stato visto come un anacronismo intriso di residuati nazionalisti. D’altro canto è anche vero che, nell’epoca in cui ci troviamo – l’idea di “Stato” è stata prematuramente data per sconfitta con l’avvento del mercato libero, per nascondere un’epoca in cui, paradossalmente, la stessa soppressione dei confini nasceva dall’esistenza di interessi nazionali. 

Non potremmo comprendere la globalizzazione senza partire dal nazionalismo economico, è questa l’inversione logica fondamentale, il principio che sta alla base dei trattati di libero commercio e della liberalizzazione dei movimenti di capitali. In questo contesto, il quartetto di libertà che segna l’inizio dell’epoca neoliberale, la libera circolazione di moneta, merci, servizi e lavoro, può essere inteso come conseguenza del tentativo di difendere l’ordine proprietario dal nemico interno, la classe lavoratrice negli anni Settanta, mettendo in competizione i lavoratori attraverso i confini nazionali, e dal nemico esterno, i capitali liberi, opponendo a questi un nuovo nazionalismo economico – quello che Volcker mette in atto negli anni Settanta per difendere la supremazia statunitense attraverso l’aumento dei tassi di interesse.

 In questo contesto, il nazionalismo economico ha fatto uscire il concetto di stato dalla porta per farlo rientrare dalla finestra. Ha fatto uscire dalla porta lo stato inteso come agente della redistribuzione della ricchezza sociale sulla base dei meccanismi imposti dalla classe lavoratrice nell’epoca fordista e lo ha fatto rientrare dalla finestra come cartina tornasole di una governance economica che ha acuito le diseguaglianze nei paesi e tra i paesi, trasformando l’erosione della spesa sociale e della domanda interna nello strumento stesso attraverso il quale consentire a precisi interessi nazionali di conquistare nuovi sbocchi di mercato. In questo contesto, il superamento dello stato, diciamocelo chiaramente, è stato un abbaglio. Il superamento dello stato che la sinistra auspicava si è dato solo come erosione della spesa sociale e del patto salariale – come violenza di classe, possiamo dire. 

Non è scomparso lo stato, è stato tagliato il welfare, sono scomparsi i meccanismi di redistribuzione della ricchezza, ma tanto più questi scomparivano quanto più tornavano lo stato repressivo e lo stato di polizia, perfettamente in linea con il discorso neoliberale, e paradossalmente, tanto più questi scomparivano quanto più tornava e torna il popolo, inteso come nostalgia identitaria incaricata di rispondere al brusco risveglio dalle promesse dell’epoca neoliberale. In questo contesto, il concetto di popolo è tutt’altro che dato. Io non amo il concetto di popolo, non penso di averlo mai usato e non penso che lo userò. 

Detto questo è tempo di fare i conti anche con ciò che non ci piace. Sappiamo bene come le destre abbiano usato la nostalgia economica per proporre un nuovo ordine sociale fondato sulla de-globalizzazione, la restaurazione del nazionalismo e la gerarchia razziale. Ciò non toglie che questo sia stato possibile essenzialmente perché il superamento dello stato agito dall’epoca neoliberale ha significato in buona sostanza l’aumento della povertà e della violenza economica subita dalla classe lavoratrice. In questo contesto, il popolo sarà tanto più evocato come soggetto politico quanto meno saremo in grado di proteggere il corpo sociale dalla violenza economica, dai bassi salari, dal lavoro gratuito, dal lavoro informale, dalla privatizzazione dei servizi, eccetera. Ed è qui che sta il punto, perché laddove la destra dice popolo per evocare uno stato nazione fondato sulla gerarchia razziale, “potere al popolo” evoca questo concetto in un altro senso. Quando sento “potere al popolo” penso che in realtà ciò che si sta dicendo è qualcos’altro – si dice potere al popolo e si intende potere alla classe espropriata, ai lavoratori sfruttati, al corpo sociale stuprato dalla violenza economica. E’ sbagliato? Fatico a crederlo.

 



Credi che il termine popolo, da un certo punto di vista, serva anche a rompere un po’ il “muro mediatico”, sfruttando la fortuna che ha riscosso il termine nella retorica di estrema destra?
 
Non so se riesca a rompere il muro mediatico, sicuramente tenta di accelerare un processo di ricomposizione sociale. Possiamo essere in disaccordo sul concetto di popolo se lo guardiamo dal punto di vista dello stato nazione, ma il portato delle parole non si esaurisce nel significato che esse hanno acquisito storicamente ma rimanda in molti casi dall’immaginario che su queste viene proiettato. E’ evidente che “potere al popolo” , in questo senso, come espressione si propone, non so se ci riuscirà ma si propone, di accelerare un processo di ricomposizione sociale, di ricomporre un “uno” di classe che consenta di tenere insieme un tessuto sociale lacerato. 

Popolo in ultima analisi è in questa fase un significante per un qualche cosa che non esiste ma che viene evocato strategicamente nella speranza che questo consenta di accelerare la nascita del soggetto necessario per difendersi dalla violenza economica esistente e sferrare una controffensiva – partirei da qui per discutere l’espressione “potere al popolo”, partirei cioè dal bisogno percepito di rovesciare il rapporto di forze perché questa mi sembra una modalità di discussione più costruttiva e meno pretestuosa.
 




Torniamo alla Grecia del 2015. Secondo te, come dovrebbe considerare la questione del potere una sinistra che negli ultimi anni ha avuto sotto gli occhi quanto accaduto nel 2015?
 
Io sono tra coloro che soffriva di più la contrapposizione che si è venuta a creare nel 2015 tra pro e no Euro.  Potrei anche dire che ero in disaccordo con entrambi. Il punto fondamentale è cosa esiste nelle premesse dell’unione monetaria attuale. Anche in Italia – basti pensare agli scritti di Guido Carli – l’unione monetaria nasce per la necessità di usare i cambi fissi per placare le lotte degli anni Settanta; per avere, in poche parole, uno strumento di guerra contro la capacità di rivendicare salari più alti, diritti per il lavoro e di mettere in crisi il potere dell’ordine proprietario.

 Cambi fissi quindi come strumento di moderazione salariale, come agenda di sfruttamento che si fa necessità ineluttabile. In questo senso, se pensiamo alla costruzione dell’unione monetaria come a una forma di violenza dall’alto che ha trovato consenzienti esecutori gli ordini proprietari dei principali paesi europei, allora a quel punto uscire o rimanere dentro l’Unione monetaria diventa una questione secondaria. La questione principale diventa il rapporto di forze da cui dipende la violenza subita dai precari e dalle precarie di tutti i paesi europei. Tutto questo non può essere ridotto a una visione filo o anti-europeista, entrambe sono miopi a mio avviso. Nell’epoca neoliberale anche la mobilità della forza lavoro è stata funzionale a compensare gli squilibri derivanti dalla libera circolazione dei capitali, intendo dire che l’unione monetaria non ha rappresentato mai un progetto di integrazione delle popolazioni ma è sempre stata funzionale alle esigenze dei capitali e dell’ordine proprietario. Stanti le cose, la complessità della situazione attuale non può essere liquidata in modo semplice. 

La risoluzione della questione europea potrà avvenire solamente nel momento in cui il rapporto di forza si rovescia: solo in quel momento avremo la possibilità di cambiare le condizioni a partire dalle quali le scelte ci sono date.  Dato che questa condizione non è data al momento, il punto diventa cosa fare per limitare la sofferenza inflitta alla popolazione. Bisognerebbe tornare a leggere Polanyi, oggi. L’uscita dai cambi fissi è sempre dipesa dal fatto che la popolazione a un certo punto non accetta più di essere usata come vittima sacrificale della stabilità monetaria. Giunge il momento in cui i tagli alle pensioni e la perdita dei posti di lavoro trasforma i cambi fissi nell’incarnazione stessa del nemico di cui liberarsi ad ogni costo. In questo contesto, la cosa peggiore che si può fare di fronte a questa sofferenza è liquidarla nel nome di alcuna visione ideologica di unità sovranazionale. Questo è l’errore che fa la sinistra radicale in diversi casi. 

La paura delle destre come movente di protezione dell’esistente è già un’ammissione di sconfitta e chi usa lo spauracchio delle destre per legittimare l’accettazione di nuovi sacrifici e sofferenza, è destinato a essere il principale sabotatore di se stesso. La preclusione ideologica rispetto all’uscita dall’unione monetaria è, mi vien da dire, paradossalmente, il peggior nemico dei più convinti europeisti, perché l’impressione, non sto dicendo il dato di fatto sto dicendo l’impressione, è che questi siano disposti ad anteporre la paura del populismo alla sofferenza del corpo sociale, ponendosi, rispetto a questa, in un punto d’osservazione esterno. 

Il dato di fatto è che non c’è una soluzione bella e pronta, alla situazione in cui siamo, né c’è mai stata storicamente, in casi come questo, perché il rapporto di forze è a noi avverso, e paradossalmente le destre trionfano precisamente perché sembrano in grado di offrire una via d’uscita rispetto alla percezione diffusa di debolezza. Non sto dicendo che sia un bene, ovviamente, sto dicendo che non si esce dai problemi nascondendo la testa sotto la sabbia, e la sinistra radicale in questi anni, spiace dirlo, ma ha fatto predominantemente questo, nascondere la testa sotto la sabbia, difendendosi dietro a posizioni morali che non solo non risolvono il problema ma non fanno che esacerbarlo. In questo senso dico, non vi è soluzione che sia data e bisogna avere l’umiltà di considerare gli scenari possibili e di discutere senza preclusioni anzitutto con coloro che più vivono la situazione attuale come qualche cosa di assolutamente insostenibile.
 
Quali dovrebbero essere i gradi di continuità e di discontinuità che Potere al popolo dovrebbe proporsi rispetto alle esperienze politiche della sinistra comunista e non della seconda Repubblica? Che cosa dovrebbe marcare la sua differenza?
 
Non posso che augurare discontinuità, sia per il fatto che alle nostre spalle ci sono stati un certo numero di fallimenti, ma anche perché auspico un cambio di fase. Qualcuno pensa che in questa “ripresina” ci sia ancora qualcosa da sperare o qualche cosa da salvare, ma io penso di no. In questo senso, a differenza delle forze precedenti che nascevano con una certa volontà o possibilità di negoziazione, Potere al popolo si propone come forza di rottura. Ancora una volta il punto non è se vi siano le condizioni o meno per una reale rottura, ma il fatto che il desiderio di rottura esiste come cartina tornasole dell’esistenza percepita della necessità di segnare una discontinuità rispetto al passato.

 



Affinché queste differenze e elementi di discontinuità rispetto alle esperienze passate possano mantenersi in maniera costruttiva anche dopo il 4 marzo, quali sono secondo te i possibili errori da evitare dopo il 4 marzo?
 
Leggevo oggi una dichiarazione a riguardo, fatta da attivisti di Potere al popolo: «ci chiedono che campagna faremo, ma noi non facciamo niente di diverso da ciò che facevamo prima», dicevano. Quindi, idealmente, anche dopo il 4 marzo non dovrebbe cambiare niente. Parliamo di un lavoro che è molto radicato nel tessuto sociale, nelle problematiche e nei bisogni della popolazione, nella necessità di dare voce e dare risposte in modo politico. In questo senso più ancora dell’esito elettorale mi sembra importante che questa agenda continui e possa consolidarsi nei territori.

 


Un’ultima domanda: che rapporto dovrebbe esserci tra un progetto come Potere al popolo e gli intellettuali? Ha senso parlare di intellettuali oggi, in relazione a un progetto politico?
 
Secondo me non ha molto senso parlare di intellettuali oggi, nel senso che negli ultimi trent’anni buona parte di coloro che si sono definiti intellettuali si sono posti come strumento esplicito dell’ordine proprietario e, in ultima analisi, del potere economico. Le accademie, per esempio, sono piene di economisti mainstream piuttosto che di sostenitori di posizioni critiche o eterodosse, nonostante la crisi del 2007/8, il che rimanda a un certo tipo di intellettuale essenzialmente integrato nel pensiero dominante. Più che di intellettuali, parlerei di intellettualità diffusa, cioè di una generazione – quella odierna – che è la più istruita della storia. Quindi la figura dell’intellettuale di per sé, inteso come maschio bianco – perché questa è stata la figura classica dell’intellettuale del Novecento – non mi piace granché. 

Nel contempo mi rendo conto che servono saperi molto specifici, per uscire dal casino in cui siamo, sul piano giuridico, sul piano economico, sul piano dell’inchiesta sociale, per citarne alcuni. In questo senso non vedo necessaria una figura intellettuale di spicco; nel contempo penso servano competenze, e soprattutto la capacità di mescolare competenze anche molto tecniche con una buona dose di coraggio e sensibilità sociale.

 





[Francesca Coin, sociologa, ha affrontato con studi e inchieste temi che ce la fanno sentire vicina: lavoro, movimenti in Italia e all’estero, migrazioni, conoscenza e università. E’ ricercatrice all’università Ca’ Foscari di Venezia. La ringraziamo per aver partecipato alla nostra inchiesta]





domenica 14 gennaio 2018

3834 Zappafrank. L'asteroide Zappa e le scarpe marroni*






È probabilmente la persona meno dotata di talento che abbia mai sentito. È un accademico pretenzioso e non sa suonare il rock’n’roll, perché è un perdente. E perciò si veste in modo buffo. Non è contento di se stesso, e penso che abbia ragione”.
Lou Reed




CONCENTRATION MOON 

 

 

 

 


"Allo stesso tempo
Ho un lavoro con i Velvet Underground
Che è un gruppo di merda
Proprio come quello di Frank Zappa"
(Concentration Moon)

[...]
I contrasti tra Frank Zappa e Lou Reed risalgono al maggio del 1966, quando il carrozzone dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol passa per Los Angeles e i Velvet Underground si esibiscono per tre sere di fila al Trip, assieme alle Mothers. La cupa tetraggine dei Velvet cozza violentemente con i gusti dei freak locali, che non mancano di manifestare il loro disappunto a suon di fischi. 

Zappa ci mette del suo, ironizzando su Reed e soci nel bel mezzo della sua gig: “Questi tizi fanno proprio schifo!”. Il caso vuole che il locale sia stato chiuso dalle autorità dopo sole tre serate, evitando un probabile scontro fisico.
In realtà, la ruggine potrebbe risalire a cause ben più prosaiche: i due condividevano a quei tempi lo stesso produttore esecutivo, e a quanto pare Zappa riuscì a convincere Tom Wilson a far uscire FREAK OUT! prima dell’esordio di Reed e soci, che avrebbero voluto invece essere i primi a pubblicare un disco “strano”.
Ironia della sorte o meno, fu proprio Lou Reed a pronunciare, nel gennaio del 1995, il discorso di insediamento postumo di Zappa nella Rock’n’Roll Hall of Fame, lodando l’integrità e l’impegno politico del musicista di Baltimora.



BROWN SHOES DON’T MAKE IT




Una mattina del 1966, il presidente americano Lyndon Johnson si presentò a una cerimonia ufficiale in un completo grigio abbinato a pesanti scarpe marroni. I suoi collaboratori ebbero immediatamente la sensazione che la giornata avrebbe preso una piega imprevista. “Light-Bulb Lyndon”, come veniva soprannominato per il suo odio verso lo spreco di energia elettrica che lo portava spesso a girare per la Casa Bianca in cerca di luci da spegnere, era infatti famoso anche per la meticolosità che infondeva nella cura della sua immagine ufficiale. Qualsiasi variazione, anche minima, negli accostamenti era la spia di un probabile cambio di umore o di programma.

La diversione, quel giorno, fu un volo segreto in Vietnam per un incontro con il comando militare delle operazioni. Durante il viaggio, il suo abito grigio venne sostituito da un più comodo spigato da campagna, perfettamente adatto a un comandante in capo che passa in rivista le truppe in territorio nemico. Al momento di scendere dall’aereo presidenziale, Johnson vestiva in un perfetto completo marrone...

Brown shoes
Don’t make it
Quit school
Why fake it?
[...]
Be a loyal plastic robot for a world that doesn’t care...
Smile at every ugly
Shine on your shoes & cut your hair

Le scarpe marroni
Non ci azzeccano
Lascia la scuola
Perché fingere?
[...]
Sii un leale robot di plastica, al servizio di un mondo che non si cura...
Sorridi a qualsiasi mostruosità
Lucida le tue scarpe e tagliati i capelli


Che l’abbigliamento coordinato sia un chiaro segno di conformismo, Zappa l’aveva già scritto in una delle prime versioni di Plastic People, che sarebbe uscita solo sul MYSTERY DISC pubblicato come bonus all’interno del primo OLD MASTERS BOX (1985).

This town is full
Of plastic creeps
Their shoes are brown
To match their suits
They got no balls
They got no roots


Questa città è piena
Di leccapiedi di plastica
Hanno le scarpe marroni
Abbinate al vestito
Sono senza palle
Sono senza radici





Ma qua ovviamente c’è molta più carne sul barbecue...
Il Nostro si prende estremamente sul serio – atteggiamento che si intreccerà costantemente, in modo all’apparenza contraddittorio, con la volontà di frustrare qualsiasi tentativo “non autorizzato” di valorizzare i suoi testi – e si preoccupa di spiegare in prima persona e puntualmente il senso del brano all’interno del libretto che accompagna ABSOLUTELY FREE:

Brown Shoes Don’t Make It parla delle persone che guidano i governi e scrivono le leggi che ci impediscono di vivere il tipo di vita che sappiamo di dover condurre. Queste persone sfortunate confezionano leggi e ordinanze inique, forse ignare del fatto che le restrizioni che pongono ai giovani di una società sono il risultato delle loro frustrazioni sessuali nascoste. I vecchi sporcaccioni non hanno il diritto di guidare il tuo paese.

Il pezzo è di fatto una mini-operetta che in otto minuti, nel testo e nei riferimenti musicali, lancia schizzi di acido sulla cultura americana dei mid-sixties:


TV dinner by the pool
Watch your brother grow a beard
Got another year of school
You’re okay – he’s too weird


Cena in piscina davanti alla tv
Guarda tuo fratello che si fa crescere la barba
Hai un altro anno di scuola
Sei a posto – lui è così strano


Il tono beffardo, come e più che nei precedenti brani del disco, irride in particolare i miti e lo stile di vita dell’America suburbana, trasmessi alle nuove generazioni da affaristi e politicanti, raffigurati come personaggi di per sé loschi e laidi. I bersagli preferiti di Zappa si precisano nella tv come strumento di omogeneizzazione, nell’ingordigia e nel conformismo dilaganti, che vengono deformati e dissacrati con un linguaggio apertamente “forte” e provocatorio: per Zappa, il percorso verso il potere è caratterizzato necessariamente dal controllo e dalla perdita di autenticità. “Un mondo di appetiti segreti corrompe gli uomini che definiscono le leggi. Ogni desiderio è nascosto in un cassetto...”. L’ambizione del potente – ottuso, grigio, “di plastica” – trasforma i suoi desideri in perversioni e lo spinge a bramare avventure con ragazzine viziose, mentre “la moglie visita una mostra di orchidee”.

She’s a teen-age baby and she turns me on
I’d like to make her do a nasty on the White House lawn
Gonna smother that girl in chocolate syrup
And boogie till the cows come home


È una bambina adolescente e mi eccita
Vorrei farle fare un po’ di porcherie sul prato della Casa Bianca
Voglio coprirla tutta di cioccolata
E darci dentro fino all’alba


Perversioni e scandalo sessuale sono due delle componenti più ricorrenti nella trama zappiana, utilizzate sistematicamente per rappresentare in forma di parodia abitudini e fantasie del potere (non necessariamente maschile), un topos che d’altronde è assai spesso presente nella narrazione del rock.

La voce “scura” di Jack Bruce racconterà a suo modo il cinismo dei Politicians solo un anno più tardi:

Hey, hey now baby, get into my big black car
I wanna just show you what my politics are


Ehi, ragazza, sali sulla mia grande macchina nera
Voglio solo illustrarti le mie politiche...





Il registro satirico non si limita alla parte testuale. Nei quasi otto minuti di questo breve trattato socio-psico-politico (considerato dai curatori della Rock and Roll Hall of Fame and Museum una delle cinquecento canzoni più popolari e influenti della storia del rock) Zappa infila decine di temi, suonati in sequenza come in un medley, con cesure brutali tra l’uno e l’altro ma senza mai perdere di vista la struttura complessiva. Una tecnica, quella del collage sonoro, affinata fin dai primordi dello Studio Z e che qui si mostra in uno degli esempi più sofisticati del periodo Mothers: un’allusione al refrain di Little Deuce Coupe (una tipica car song dei Beach Boys che, tra auto e surf, contribuivano a divinizzare lo stile di vita dei teenager californiani nei primi anni Sessanta) precede di poche battute un’espressione presa di peso dai classici del blues (“till the cows come home” è un’immagine usata, tra gli altri, dal chitarrista blues Tampa Red, nel suo classico Don’t You Lie To Me), fino alla citazione quasi testuale (qualcuno lo ritiene addirittura un furto, per non averne dichiarato la presenza nei credits...) di un frammento dai Pianeti di Holst, compositore contemporaneo frequentemente saccheggiato dal rock di quel decennio (basti pensare ai primi King Crimson).

Niente è messo a caso, tutto è contestuale all’obiettivo di definire un discorso critico globale, per il momento mescolando abilmente riferimenti testuali e musicali, ma già sono all’orizzonte le prime sperimentazioni con il medium visivo...

In Brown Shoes Don’t Make It la maggior parte delle persone sente solo le parole. Non si rendono conto che, in mezzo al pezzo, è inserito sullo sfondo un quartetto d’archi dodecafonico assolutamente rigoroso e accademico (due violini, una viola, un violoncello). L’altra cosa simpatica, riguardo questa canzone, è che suonando God Bless America, Star-Spangled Banner, e un paio d’altri pezzi patriottici, sovrapposti sul finale, stavo eseguendo uno scherzo musicale su Ives.
(«Keyboard Magazine», febbraio 1987)

La scelta non è ovviamente casuale: la tendenza alla sperimentazione e alla dissonanza, che gli hanno precluso grande plauso in vita, hanno infatti consentito a Charles Edward Ives una discreta fama post-mortem, al punto da spingere l’Unione Astronomica Internazionale a intitolargli, non senza un tocco di ironia, un cratere sulla superficie di Mercurio. Un destino condiviso, visto che allo stesso Zappa, a seguito di una petizione internazionale che ha visto coinvolti fan di ventidue nazioni differenti, è stato intitolato il 22 luglio del 1994 un oscuro (circa 4.000 volte meno luminoso del più debole oggetto luminoso visibile a occhio nudo) quanto minuscolo asteroide: un bel sasso astrale di una decina di chilometri di diametro, orbitante a oltre trecento milioni di chilometri dal Sole.

L’evento è stato poi “celebrato” ufficialmente a livello discografico inserendo in una fittizia mappa astrale, contenuta nel booklet della versione in Cd di ONE SIZE FITS ALL (RykoDisc, 1995), l’immagine dell’asteroide 3834 Zappafrank.





WHO NEEDS THE PEACE CORPS? 

 




Negli anni della Guerra Fredda, USA e Unione Sovietica si sentivano in competizione su molti fronti, non esclusivamente militari.

John Kennedy faceva notare ai suoi colleghi senatori come i russi avessero “migliaia di uomini e donne, scienziati, insegnanti, ingegneri, medici e infermiere addestrati a trascorrere la loro vita all’estero, al servizio del comunismo mondiale”. Gli americani non erano dotati di un’organizzazione equivalente, finalizzata a spingere singoli cittadini a lavorare all’estero e dedicarsi al progresso e alla pace dei Paesi e delle culture in via di sviluppo.

Kennedy si insedia alla Casa Bianca il 20 gennaio del 1961, e già il 1 marzo firma un decreto che istituisce i Peace Corps, un Corpo di Pace concepito per favorire “la comprensione reciproca tra gli americani e le altre culture del mondo” e coinvolgere i suoi cittadini più attivamente nella causa della democrazia globale, della pace, dello sviluppo e della libertà. Il primo direttore della neonata agenzia federale sarà Robert Sargent Shriver, casualmente suo cognato.

Ma la domanda che Zappa pone ai suoi ascoltatori nel titolo di questo brano è fuorviante e densa di ironia. Il suo bersaglio non sono infatti gli zelanti portatori di pace filogovernativi (“Cosa stai facendo nel mondo?” era lo slogan della loro campagna di reclutamento), ma l’altra armata della Pace, quella degli hippie che affollano San Francisco, centro del movimento.

Every town must have a place where phony hippies meet
Psychedelic dungeons popping up on every street
GO TO SAN FRANCISCO!

Ogni città deve avere un luogo dove si incontrano i falsi hippie
Segrete psichedeliche spuntano in ogni strada
VAI A SAN FRANCISCO!




Siamo alle soglie della Summer Of Love, la lunga estate calda del 1967 (resa ancora più torrida dagli scontri razziali di Detroit e Newark) in cui la controcultura hippie pare giungere al culmine: la manifestazione più clamorosa è l’adunata nel quartiere di Haight Ashbury di oltre centomila persone.

Già a gennaio si è registrato il primo Human Be-In: un “raduno delle tribù”, come lo definì allora il «San Francisco Oracle», che portò circa 30.000 individui nel Golden Gate Park, con l’obiettivo comune di protestare contro la legge californiana che proibiva l’uso dell’LSD, promulgata solo tre mesi prima. All’evento parteciparono, tra gli altri, Timothy Leary, psicologo e scrittore, fiero sostenitore della prima ora degli effetti benefici delle droghe psichedeliche; il poeta Allen Ginsberg; Jerry Rubin, già leader di alcune marce di protesta contro la Guerra in Vietnam e fondatore del Partito Internazionale dei Giovani (Yippies). Non mancava naturalmente un’adeguata base musicale, fornita dai più quotati gruppi di “musica lisergica”: Grateful Dead, Jefferson Airplane e Quicksilver Messenger Service.

Think I’ll just drop out
I’ll go to Frisco
Buy a wig & sleep
On Owsley’s floor

Penso che mollerò tutto
Andrò a Frisco
Comprerò una parrucca e dormirò
Sul pavimento di Owsley

Augustus Owsley Stanley III, discendente di un’influente famiglia del Kentucky, è passato alla storia per aver elaborato il miglior LSD degli States. Arrivò a produrre circa 5 milioni di dosi, spesso distribuite gratuitamente, prima che la polizia irrompesse nel suo laboratorio, nell’autunno del 1967, alla ricerca di uno stupefacente nel frattempo diventato illegale. Owsley si difese sostenendo che le dosi in suo possesso (circa 350.000!) erano per uso personale, ma fu dichiarato colpevole...

L’enorme diffusione degli stupefacenti all’interno del movimento è uno dei tanti motivi per cui, mentre la controcultura diventa fenomeno di massa, Zappa se ne allontana clamorosamente, riversandole addosso un intero album di acida (!) ironia. La cultura della droga è quanto di più lontano dalla sua mente: la sua musica è una costruzione lucida, precisa, ha ben poco a che vedere con l’improvvisazione geniale ma pressoché istintiva dei tanti alfieri della psichedelia californiana.





Ai suoi occhi – e nella sua concezione della musica di avanguardia – richiede un ascolto attento epartecipato che non può essere appannaggio dei cultori dello sballo.

Ma quello che più suscita il suo astio nei confronti degli hippie è la sensazione di un’irrimediabile perdita di autenticità, in favore di un simbolismo astratto, di un “look” (le perline, le fasce per raccogliere i capelli, ovviamente lunghi), facilmente trasformabile in mero gadget commerciale; la percezione dell’assenza di un progetto, del desiderio di cambiare la società, in favore di un suo semplicistico rifiuto, la “non belligeranza” che porterà fatalmente alla dissoluzione di un movimento fornito di grandi ideali ma di scarso spessore politico.

La massima aspirazione dell’hippie, sembra affermare Zappa, è diventare manager di una rock band per sentirsi parte, almeno come gregario, del movimento. Dopotutto, We’re only in it for the money...





*da: FRANK ZAPPA FOR PRESIDENT!
(Testi e Storie - 1964-1993)
Extended Edition
di Michele Pizzi








domenica 31 dicembre 2017

Trentunodicembreancora







Tempo al tempo
il tempo si rinnova.
Non passa mai quest'ora
ed e già passata un'era.















Mxp, quota -5,22