uno dei due è l'altro

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domenica 11 aprile 2021

Il Terrore dell'Occidente

Luca Carbone



Palata, Molise.


Ciò da cui siamo investiti e di cui non possiamo non essere partecipi potrebbe sembrare il coronamento del sogno di Goebbels, il ministro della propaganda del Reich nazista: la totale abolizione della cultura; peraltro preconizzata e promossa da Oswald Spengler nel best-seller di un secolo fa, Il Tramonto dell’Occidente.

Poiché le imperscrutabili divinità che forse presiedono ai destini umani, anche se manifestano una certa regolare cecità, sembrano allo stesso tempo non prive di una qualche sublime ironia, chi si è assunto oggi, e qui, l’incarico di liquidare totalmente la cultura è il ‘progressismo democratico’, incarnato dal neo-eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden

 

Come quasi tutti sanno, questi nei giorni scorsi, in un’intervista pubblica, ha definito “un killer”, il suo omologo russo Vladimir Putin, e già questo dubbio complimento sarebbe stato abbastanza, ma quello che è infinitamente più grave, ha dichiarato che Putin non ha un’anima.


Penso e scrivo da laico, quindi non userò argomenti cui potrebbero ricorrere gli uomini di ogni fede, né ricorrerò ai presupposti materialistici, secondo i quali nessuno avrebbe un’anima, visto che noi siamo essenzialmente corpi, entità fisico-chimiche, e che l’anima non sarebbe che un’astrazione di funzioni cerebro-spinali. 

Tutto questo, plausibile o meno che sia, non ha direttamente che fare con il contesto socio-politico, in cui il “giudizio” è stato pronunciato – o farfugliato – da Biden. Questi, infatti, ha rivendicato a sé la “proprietà” di un’anima – cioè, nel contesto, dell’essenza umana per eccellenza – mentre l’ha totalmente negata all’avversario: un semplice killer potrebbe sempre essere redento’, chi è privo di un’anima, no. È ‘dannato’ per sempre: è dis-umano.





Se la ‘cultura’ in Occidente esistesse ancora, al di fuori degli allevamenti a batteria accademici, e dei polpettoni cinematografico-mediatici, l’argomentazione di Biden, oltreché assolutamente offensiva, risulterebbe totalmente ridicola. E ciò non solo alla luce di saperi ‘classici’, come la filosofia e la teologia, ma anche alla luce di almeno una mezza dozzina di scienze umane, come la psicologia la sociologia l’antropologia (quest’ultima nata e nota e proprio in USA come ‘scienza della cultura’) – che diventano dozzine se si contano i raggruppamenti disciplinari e interdisciplinari che si generano dalle teorie generali (sociologia della cultura, psicosociologia, antropologia culturale, sociologia dell’ambiente ecc. ecc. ecc.); discipline a cui nel mondo lavorano centinaia di migliaia di scienziati, accademici e non, per le quali si pubblicano centinaia e centinaia di riviste, e migliaia di volumi e si portano avanti, ogni giorno e ad ogni latitudine, migliaia di ricerche.

Ma il fatto – perché si tratta di un accadimento incontrovertibile, per quanto immateriale – che colui che incarna concretamente non solo il Comandante in capo dell’esercito più grande del pianeta, ma anche – nel caso specifico, essendo un ‘democratico’ – colui che simbolicamente incarna la somma delle aspirazioni e della visione del mondo della civiltà euro-occidentale moderna: progresso, democrazia, universalità dei diritti, uguaglianza sociale, istruzione universale; che costui abbia fatto ricorso, contro l’avversario, all’argomento tipico di precedenti fasi delle civiltà umane, quelle nelle quali l’estraneo era senz’altro nemico, e soprattutto comunque non ‘umano’, e quindi ‘sterminabile’ come qualsiasi altra ‘preda’, è la prova che tutte quelle scienze e conoscenze, almeno così come sono configurate teoricamente e/o istituzionalmente attualmente, sono storicamente inessenziali, cioè non determinanti in alcuna misura o maniera. E di ciò che non ha più alcuna funzione essenziale la società stessa finirà, presto o tardi, col liberarsi del tutto.

 

 Tutto questo potrebbe sembrare un’esagerazione, ma non lo è, poiché quell’argomentazione è stata usata pubblicamente dal Presidente del paese che nelle classifiche universitarie mondiali vanta le migliori università del pianeta – o briga per vantarle stabilendo i parametri di merito; lo stesso paese in cui gli accademici si stanno battendo per eliminare dai corsi universitari gli studi classici greco-romani, poiché sarebbero intrinsecamente razzisti e promuoverebbero il “suprematismo bianco”; ed in quello stesso paese, gli stessi accademici accettano che il proprio Presidente annienti simbolicamente l’avversario con l’argomento “tribale” fondamentale di tutti i “razzismi”, la dis-umanità essenziale dell’Altro, del diverso-da-noi; disumanità che lo rende per natura ed essenza inferiore a “noi”, e per conseguenza degno di assoggettamento, sfruttamento, ed eventualmente, sterminio.






Credendo di liquidare simbolicamente Putin, e l’immensa cultura russa, Biden ha in realtà liquidato gli ultimi tre secoli del pensiero euro-occidentale moderno, quelli che potremmo celebrare fra quattro anni – se ancora esistesse una cultura – commemorando la prima edizione dell’opera che ha fondato le moderne scienze umane e sociali, i Principj di una Scienza Nuova intorno alla Natura delle Nazioni, del forse più grande filosofo italiano di tutti i tempi, il napoletano Gianbattista Vico.

La giustificazione che si sia trattato, da parte di Biden e della sua squadra – di squadristi dell’anima – di provocazioni puramente verbali e mediatiche, per ottenere dai Russi un atteggiamento più flessibile nelle trattative, ammesso sia plausibile, non annulla la gravità ‘oggettiva’ del fatto, anzi forse la accentua. Poiché non soltanto con questa mossa superba Biden, con tutto il suo team di presidenza, ha esposto l’intero Occidente al ridicolo, agli occhi di gran parte delle nazioni della terra; ma soprattutto se l’Occidente “progressista” ha perduto la capacità di riconoscere, anche nel più irriducibile avversario (sia Russo o Cinese, o Persiano o qualunque altro), l’umano che comunque ci accomuna come abitanti del pianeta; se non è più in grado di confrontarsi con Lui/Lei su un piano di “parità”, almeno potenziale; se, quindi, non è più in grado di costruire un – dialogo – non soltanto sulla base di interessi contingenti, ma anche in prospettive meno immediate (ma non per questo meno vincolanti); un dialogo permanente con chi ha visioni e concezioni del mondo anche radicalmente differenti dalle nostre (e per questo senza mai rinunciare al “nostro” più proprio, ed anzi ancor più approfondendolo nel confronto), quel dialogo tra diversi che è stato il fondamento di ogni crescita culturale per più di due millenni – ciò mostra senza equivoci che l’Occidente sta abdicando al pensiero, in favore del terrore: del terrorizzare, e dell’essere terrorizzati.

E come ci ha insegnato per tempo Orwell, ma forse ben prima di lui Alfieri, è il terrore alla base di ogni potere tirannico-totalitario. Tenuto, nella versione più a la page, a battesimo dal progressista democratico Biden.


Illudersi di marciare ancora, in queste condizioni, “à la tête de la civilisation”; ed illudersi che gli “Altri” – i miliardi di altri così platealmente offesi – ci vedano ancora come modelli da invidiare ed emulare, è ciò che ci sta conducendo irreversibilmente al tramonto. Un tramonto che travolgerà anche quelle oligarchie che, con tutto il servitorame intellettuale a sostenerle ed osannarle, si credono “immortali” e ridicolmente di potersi salvare, solo loro, nell’inabissamento di un’intera civiltà.

 

 


 

 

 

 

 

lunedì 18 gennaio 2021

Virus, media, neoliberismo.


Charta Sporca

Non indispensabili allo sforzo critico del Paese

Andrea Muni

 


Sono certo di non essere l’unico della mia generazione a vivere un sentimento di crescente estraneità nei confronti di ciò che rappresenta l’Informazione, la Cultura, il Sapere pseudo-progressisti (leggi, ahimé, neoliberali) nel nostro Paese. Lo dico, lo denuncio da marxista semplice – certamente non da rossobruno, né tanto meno da clerico-fascista à la Fusaro; lo dico come uno per cui tra il salario più alto e quello più basso dei lavoratori di una società democratica non dovrebbe passare una differenza superiore al 20-30 per cento; uno per cui i mezzi di produzione (soprattutto dell’Informazione e della Cultura) non dovrebbero essere detenuti da privati che ne possono disporre a piacimento; uno che non accetterà mai il genocidio, l’olocausto culturale – di parlate, usanze, pratiche, giochi, forme di socialità particolari (spesso secolari) – consumatosi all’ombra degli ultimi tragici decenni di globalizzazione.


La caccia alla volpe dei big della Cultura e dell’Informazione di pseudosinistra al negazionista – ossia a tutti quelli che non appoggiano le scelte del governo o semplicemente sollevano dubbi sulle misure anti-Covid – è il nuovo sport preferito dell’autoproclamata “parte migliore del Paese”. Non importa se nel frattempo i principali virologi e immunologi, poverini, vittime a propria volta di questo carrozzone mediatico, si accapigliano vergognosamente e pubblicamente tra loro dicendo tutto e il contrario di tutto. Loro sono scienziati, non si toccano e non si discutono! Ovviamente solo fino a quando tirano acqua al mulino della narrazione desiderata, perché in caso contrario diventano di colpo nemici su cui sparare a zero. Come quando a metà novembre il dott. Bassetti ha detto pubblicamente che la conta dei morti durante i primi mesi di lockdown è stata fatta sui morti con (e non di) Covid – silenziato; o come quando il dott. Crisanti, negli stessi giorni, ha sollevato forti dubbi su tempistiche e conseguente affidabilità scientifica dell’imminente vaccino-lampo – pubblico ludibrio, cessato solo con la recente vaccinazione/redenzione in diretta. O, tornando ancora più indietro, come quando la dott.sa Gismondo a inizio pandemia ha osato minimizzare la gravità “in valore assoluto” (ossia al netto di un sistema sanitario decente) del virus – rogo mediatico.


Quello che turba di più sono però i momenti luminosi in cui questa “elegante” caccia alla volpe mediatica si tramuta in un’inquietante e scabrosa caccia alle streghe, che perpetra in grande stile il pluridecennale e più radicato vizio del catto-progressismo neoliberale italiano: la criminalizzazione (e direi persino la patologizzazione) della morale e dello stile di vita dei ceti più popolari, ignoranti e subalterni. Un esempio quasi sublime, al limite dell’eugenetico, di questa pratica perversa ci è stato regalato dall’“esperta” che, a di Martedì, sempre intorno alla metà di novembre, ha equiparato pubblicamente il negazionismo a una forma di demenza neurologicamente accertabile. Un apice quasi-lombrosiano di cui non tutti sentivamo il bisogno.


Proviamo allora per gioco a mettere in fila quello che è stato detto negli ultimi mesi dagli “eroi” mediatici che quotidianamente ci difendono dal pericolo negazionista. Credo che vedere brutalmente giustapposti i messaggi “subliminali” dei principali media filogovernativi, potrebbe essere estremamente utile per cogliere l’enormità dello sforzo ideologico che ribolle nei bassifondi della lotta – apparentemente “senza macchia” e “senza quartiere” – al negazionista.


Spoiler: non sono negazionista, né no-Mask o no-Vax, niente di tutto ciò – purtroppo ormai bisogna giustificarsi in anticipo. Vado in giro con la mascherina, starnutisco nel gomito e – se non sono brillo (si può anche scherzare ogni tanto!) – rispetto sempre il coprifuoco.

 



 

Sbatti il virus in prima pagina”


Vediamo l’elenco delle principali operazioni mediatico-ideologiche degli ultimi mesi.


1) Ipocrita, melensa apologia dell’anziano. Uno dei tanti sintomi della ributtante gerontocrazia che, in tutti i luoghi chiave del Paese, si spartisce i pezzi dell’apparato ideologico neoliberale (in cui qualcuno vorrebbe che non ci accorgessimo di vivere). Il tutto ovviamente mentre viene consigliato (nelle varie sezioni “pubblicità” degli stessi grandi giornali) di far rinchiudere – rigorosamente a proprie spese, sempre che ce lo si possa permettere – i propri anziani in strutture che spesso sono poco meno che veri e propri lager. Senza offesa per coloro che ci lavorano: l’offesa è piuttosto diretta a un’intera società, che consente di ammassare esseri umani in ospizi che per “stare sul mercato” sono costretti spesso a rette talmente basse da rendere proibitivi servizi decenti per gli utenti e contratti minimamente dignitosi al personale.


2) Accuse feroci di negazionismo (termine guarda caso ispirato al male assoluto del secolo breve – l’olocausto) nei confronti di chiunque osi levare una parola critica più generale sulle ragioni profonde della crisi del sistema sanitario prodotta dalla pandemia. Accuse ovviamente confezionate in grande stile, con citazioni dotte del tale e del talaltro filosofo, con riflessioni sociologiche profondissime, il tutto messo sovente lì “a cazzo” giusto per impressionare qualche sensibile signora attempata che si diletta di filosofia e humanities (non serve fare nomi). Non una parola sul fatto che il dramma che stiamo vivendo, e le limitazioni che subiamo, riguardano una crisi del sistema sanitario; non una parola, mai, sulla effettiva pericolosità/mortalità di questo virus per tutti coloro che abbiano meno di cinquant’anni e non abbiano patologie pregresse (al 9 dicembre, il sito dell’ISS riporta 695 persone decedute con covid sotto i 50 anni (l’1% del totale, di cui per altro è lecito supporre la stragrande maggior parte avesse gravi patologie pregresse). Qualcuno ricorda quando il virus, nei primi mesi, era presentato dai media come un flagello capace di uccidere tutto e tutti indistintamente, una nuova peste o una nuova Ebola? Qualcuno ricorda la giornalista della tv privata che impanica il ragazzone veneto di mentre beve il suo calicetto al bar ancora ignaro della pandemia e colpevole della celebre boutade “a noi ci protegge l’alcol”? Lei gli dice proprio in faccia “Non scherzare! Qui si muore, muori!”. Io ricordo, quando il virus era ancora solo “cinese”, un bel reportage non ancora ideologizzato su Rai2 dove tra la popolazione di Pechino una giovane ragazza con serenità diceva qualcosa del tipo “sì bon, è vero, è una bruttissima pandemia, ma per noi giovani il rischio è minimo” – inutile dire che discorsi simili, una volta che la cosa è giunta a casa nostra, sono letteralmente scomparsi dalla circolazione.


3) Usare i luoghi comuni più roboanti del pensiero contemporaneo per menare fendenti su quei poveri cristi dei “complottisti”, che almeno – seppur brancolando nel buio dell’ignoranza, della solitudine e del disprezzo che piove su di loro dalla luce dei ben nati – ancora cercano ciecamente una ragione (una purché sia) alla loro sofferenza, alla reclusione forzata, alla perdita del lavoro. Immagine simbolo: l’imitazione veramente umiliante di Crozza (che di solito mi fa ridere) o la bella canzone Non me ne frega niente di Levante (che apprezzo), in cui il “leone da tastiera” viene dipinto come la feccia dell’umanità – il nuovo arcinemico kripto-nazista che incarna tutta la banalità del male del terzo millennio. Questa crociata contro il complottista serve a far passare l’idea che tutti coloro che vedono un disegno dietro al male che ci sta accadendo siano delle assolute nullità, stupide e disumane, da zittire e/o medicalizzare. Come se il solo lasciarsi accarezzare dall’idea che – a volte, anzi quasi sempre – i padroni del mondo ce la facciano sotto il naso, sia di per sé un sacrilegio, una bestemmia, il sintomo di una malattia mentale – puro Mc Carthysmo 3.0. Eppure accidenti, se non sbaglio, se ricordo ancora bene – se non sono stato contagiato anch’io dalla patologia neurologica del negazionismo, un disegno economico/espansionistico c’era eccome dietro all’invasione di Afghanistan e Iraq “per portare in quei luoghi disperati la democrazia”; e sempre se la mente non mi gioca brutti scherzi, mi pare comunque di ricordare che un disegno segreto ci fosse (eccome!) dietro allo smantellamento dei diritti dei lavoratori portato avanti scientemente dalla pseudo-sinistra e dalle destre neo-liberali europee e italiane negli ultimi venticinque anni. Ma non vedete che queste persone oggi credono agli ufo, alle scie chimiche e che il covid si curi bevendo sapone, perché gli fa ancora troppo male ammettere a se stesse che è il loro intero mondo – quello gli avete raccontato e tessuto attorno negli ultimi tre decenni – a essere tutto una grande nera bugia? Ciò a cui i complottisti dovrebbero davvero smettere di credere è all’odio di sé che gli instillate continuamente per il solo fatto di non essere come voi… di non essere voi. Vedreste come smetterebbero rapidamente di essere negazionisti, se non li induceste a odiarsi più di quanto già non facciano. Ma il punto forse è che non lo volete: non volete che smettano di odiarsi e di odiare, qualcosa di segreto in voi desidera ardentemente che “loro” siano così. Una pulsione irrefrenabile vi spinge a fomentare il loro odio: il vostro. Solo il rancore e il disprezzo per questi poveri disgraziati vi proteggono, vi salvano (ancora per poco) dal guardare nel vortice, nell’abisso, nell’orrore delle menzogne che, raccontando agli altri, non smettete di raccontare a voi stessi.





4) Sistematico riferimento alla Scienza come Verità assoluta di fronte a cui ogni istinto critico – “in questo grave momento” – deve piegare il capo. Questo ovviamente da parte di gente che, fino a ieri, ci spiegava con sussiego l’importanza di relativizzarne le “verità”… Ma non troppo eh… Il giusto, e sempre con buon senso… Sempre con quello di chi comanda.


5) Evitare rigorosamente ogni minimo accenno alle criminali responsabilità della globalizzazione e delle multinazionali (andate a sbirciare quanto ha guadagnato Bezos da inizio pandemia) nella catastrofe economica ed esistenziale che sta triturando la piccolissima imprenditoria, i lavoratori autonomi e i dipendenti privati del nostro Paese. Le persone che scendono in piazza sono metodicamente dipinte come “pilotate” a turno da frange estremiste, ultrà, malavita e chi più ne ha più ne metta. È “impossibile”, per la narrazione dominante, che la gente semplicemente non ce la faccia più, che senta tragicamente di non avere più nulla da perdere al punto da scendere in strada e darsi alla rivolta. Ma come diceva quello… “L’impossibile è il reale”.


6) Silenziare i dati CENSIS e ISTAT su disoccupazione e implosione di interi settori produttivi. Numeri che non sono allarmanti, ma APOCALITTICI (500.000 disoccupati in più in 8 mesi di pandemia, 100.000 imprese fallite); il settore del turismo che nel solo 2020 ha bruciato 53 miliardi di euro. Silenziare qui non significa che “non cielo dicono”, queste notizie sono sempre date, seppur fugacemente. Il problema è piuttosto l’inesistente discussione di questi temi, a livello dei princpali dibattiti pubblici e mediatici. C’è solo il virus, e la gente che colpevolmente lo “fa girare”.


7) Il disprezzo malcelato degli pseudoprogressisti per i ceti piccolo borghese, (sotto)proletario e provinciale italiano (da cui pure a volte provengono). Questi ceti infatti o sono per lo più negati (“non esistono più gli operai”, “ormai gli italiani non fanno più i lavori faticosi”, “gli stranieri ci pagheranno le pensioni”), spesso semplicemente ignorati, o peggio ancora apertamente osteggiati perché ormai considerati elettorato “stabile” dell’altra parte politica. Possono così essere comodamente additati come untori, indisciplinati, degenerati. Tutta la parte di popolazione che non accetta di trasformarsi in un “doppio” morale e ideologico dell’establishment pseudo-progressista è automaticamente dalla parte del nemico. Si tratta di una vecchia strategia, che cerca di sedurre la parte più benestante e colta degli sfruttati, offrendole la possibilità di identificarsi coi padroni e spezzare così l’unità di classe.


8) Diffusione dell’idea, veramente infamante, che uno studioso di immenso prestigio come Giorgio Agamben si fosse di colpo rincoglionito solo perché si è rifiutato di tirare acqua al mulino dell’apparato ideologico di Stato neoliberale. Mentre, a conti fatti, è stato tra i pochissimi che da subito hanno centrato il punto politico della nuova era-Covid: il controllo. Se non fosse che ci dimentichiamo dei “casi” mediatici dopo due ore, la vicenda Agamben ci servirebbe oggi anche per riflettere sul rapporto poco sano che c’è tra il Governo e i principali media filogovernativi del Paese. A volte pare infatti che questi media si sentano (non si può dire siano, poiché bisognerebbe dimostrarlo) investiti direttamente dal Governo di una qualche missione mediatico-repressiva da condurre contro una popolazione da terrorizzare perché a-priori ritenuta moralmente deficiente. Tutto questo mentre la scienza, quella vera – non quella ideologica, non è nemmeno ancora riuscita a stabilire con certezza quanto i lockdown realmente incidano sulla diffusione (e sulla mortalità) del virus rispetto ad altri fattori – come la selettività genetica o ematica, la stagionalità e/o eventuali ulteriori sconosciute micro-mutazioni.

 




9) Giocare a dissociare l’eterogenea, ma non casuale, composizione di classe delle proteste. Tentativo di separare artificialmente e moralisticamente i “bravi cittadini” che protestano dalle “galassie” (il termine di per sé dice già tutto) estremiste di destra e di sinistra. La tradizionale strategia, perfettamente illustrata, di frammentare sul nascere, da subito, la voce e la vita di quei tanti micromondi accomunati solo dal fatto di essere gli “esclusi” (i “non-rappresentati”, i “sudditi”) di questo sistema sociale.

 

 

10) Tradizionale confisca teorica, e pratica, di un qualsiasi possibile valore positivo da dare alla “pancia” (perché non “cuore”?) del Paese. La passione entomologica tipica della intelligentjia intellettuale pseudoprogressita di studiare “il volgo” come un oggetto, un insetto. Di guardare al reale, a ciò che accade – al modo in cui le persone tirano avanti con poco e fanno fronte alle tragedie che stiamo vivendo – col sussiego di un epidemiologo che studia il diffondersi dell’afta epizootica in un gregge di pecore.

 

Quello che dà davvero fastidio a questo establishment – sì, establishment!, si può ancora dire, la neolingua non ha ancora censurato legalmente questa parolaccia – è che la protesta monta, cresce, sta per esplodere: non può più essere silenziata. Non sa come fare – il sig. Establishment – a infiltrarsi in una protesta che rappresenta caoticamente tutti quelli che in questo “Stato di emergenza” hanno un diritto ormai soltanto formale al dissenso: fascisti, anarchici, trozkjisti, centri sociali, ma anche e soprattutto piccolissimi commercianti, lavoratori autonomi, operai, stagionali, giovani partite iva, imprese a conduzione familiare, riders, sottoproletariato urbano, immigrati. C’è una sola persona appartenente a una qualunque di queste categorie che non sia sull’orlo del baratro e sul piede di guerra? Non credo.


Il potere capitalista, dai suoi albori, gioca a dividere in profondità le “galassie” effettivamente diverse che compongono il grande mosaico degli sfruttati. Il suo obiettivo politico fondamentale negli ultimi due secoli è sempre stato lo stesso: assicurasi che i diversi “gruppi” di sfruttati non raggiungano mai un grado di forza e coesione tale da rovesciarlo. Ovviamente si tratta di una strategia vecchia come il mondo: divide et impera non l’ha inventato la borghesia ottocentesca, né il neoliberalismo. 

Non è un caso che tutte le rivolte riuscite (alias rivoluzioni) siano state fatte da “nemici” capaci di sospendere temporaneamente la loro reciproca ostilità in nome di un’avversione più grande (da quella cinese del ’21, che scaccia i coloni inglesi – Mao/Chiang Kai Shek, a quella russa del ’17 – bolscevichi/menscevichi, a quella francese e borghese del 1789 – giacobini/girondini). Il problema, con una battuta, guardando a questi esempi storici, è semmai quello di capire tempisticamente come riuscire a non scannarsi “dopo” un’eventuale vittoria.

 



 

 

Lo spettro della morte trafilato al bronzo


Si dirà… “Quanta indifferenza nei confronti dei tanti morti!”, “Cosa vuoi dire sottolineando che per la maggior parte i morti sono over-50, che dovremmo fregarcene!? Mostro!”, o ancora “Basta prendersela con l’Informazione e la Cultura, mentre ci sono la fake news che dilagano, i complottisti che assaltano il Campidoglio e i fascisti per le strade”. Tutte reazioni che trovo francamente un po’ isteriche di fronte a quello che è un desiderio di smarcarsi, un minimo, dal vero e proprio delirio millenaristico/apocalittico in cui siamo sprofondati. Conosco intimamente persone che hanno perso i propri cari, genitori o coniugi, durante la pandemia e non è mia intenzione sminuire in alcun modo il dolore lacerante di ogni singola perdita umana patita. Ma questo dolore – vero, sincero, onesto – non può e non deve funzionare automaticamente come una censura morale e politica, esercitabile a piacimento, nei confronti di tutti coloro che osano delle riflessioni minimamente divergenti. Come non può e non deve impedire a chi lo desidera (per spirito critico e non per interessi di parte) di studiare autonomamente i macrodati “oggettivi” della pandemia, per confrontarli col modo in cui questi sono trattati, digeriti e diffusi, dai principali organi di informazione.


La recente notizia sugli oltre 700.000 morti di quest’anno, che avrebbero eguagliato niente meno – secondo il presidente dell’INPS Blangiardo – quelli del 1944 (annus horribilis simbolo dei peggiori fantasmi del ‘900) non è che un altro triste esempio di questa isteria. Basta andare sul sito dell’Istat per venire a conoscenza che nel 2019 i morti sono stati 647.000, e quindi la differenza covid sull’anno è di “soli” 53.000 decessi su una popolazione di 60 milioni di persone. Significa che siamo all’interno di variazioni percentuali minime, e per di più decisamente inferiori rispetto all’aumento della mortalità dal 2011 al 2017. Pare che a nessuno sia venuto in mente, invece, di collegare l’aumento dei decessi al dramma silenzioso del costante e verticale invecchiamento del nostro Paese. Si preferisce piuttosto ”strillare” paralleli idioti col ’44, utili solo a stendere qualche altra pennellata di terrore su una popolazione allo stremo – per altro guardandosi bene dallo specificare, tra le varie cose, che nel ’44 la popolazione italiana (per altro molto più giovane di oggi) non raggiungeva ancora i 45 milioni di persone – e che quindi, in proporzione, la percentuale di decessi su popolazione è letteralmente imparagonabile.


O come pochi giorni fa, quando un giornalista del Servizio Pubblico ha tuonato contro il sindaco di un piccolo comune, invocando in diretta il TSO e/o il licenziamento per i dipendenti della CRA del tal comune, perché colpevoli – a quanto pare – di non voler fare il vaccino. Cioè Lui, giornalista, tizio a caso, invoca in diretta il trattamento sanitario obbligatorio (e/o il licenziamento) per queste persone davanti decine di migliaia di possibili spettatori, nell’imbarazzo di un sindaco che non sa cosa rispondere a un atteggiamento così insensatamente arrogante. Come se – allo stato attuale delle cose – questi lavoratori fossero colpevoli di qualche reato. Peccato che il vaccino, in questa prima fase, non sia obbligatorio nemmeno per le professioni sanitarie. Cioè, siamo a questo livello di delirio mediatico. La cosa è veramente preoccupante, della serie… “quarto potere” scansate proprio.






Perché lo fai?


Perché ambite così tanto a terrorizzare la gente? Avete paura che non rimangano più posti in terapia intensiva? Ho capito, bravi, era l’unica risposta decente. Ma allora, per dio, con lo stesso piglio con cui terrorizzate la gente, perché non dite, non gridate, tutti e a una voce, che è una vergogna la lottizzazione neoliberale della sanità (e non solo). Perché non dite che la causa dei nostri disagi è un sistema sanitario svenduto alle privatizzazioni e al Capitale? Ditelo che non è colpa del Covid, che non è colpa dell’amoralità delle classi più povere e dei giovani che vogliono ancora vivere! Ditelo che i Paesi Occidentali sono talmente disabituati a interessarsi ai diritti sociali dei loro cittadini che non avevano nemmeno un piano serio per fronteggiare una cosa del tutto “normale” nella storia dell’umanità come una pandemia. Ah, come dite, non potete perché i vostri padroni fanno parte di questo sistema? Che peccato. Certo certo, tutti dobbiamo campare, comunque se vi va potete sempre scrivere su Charta Sporca, qui dobbiamo rendere conto solo al nostro spirito critico.


Vorrei tanto che qualcuno mi rispondesse, davvero, vorrei poterne parlare con tutte le brave persone che partecipano, ne sono convinto, in buona fede (o per semplice necessità economica) a questo carrozzone. Alle brave persone che, pur collaborandovi, sentono che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato nel modo in cui sta venendo gestito mediaticamente il dramma che stiamo vivendo tutti insieme; a queste persone serie e oneste (ne conosco molte), vorrei chiedere di cuore con una mano tesa e senza arroganza (al di là di tutte le provocazioni volutamente lanciate): “ma ci sei o ci fai?”. E se ci fai, per favore, non è che potresti osare “preferire di no”?

 

 



 

 


 

 

 

 




sabato 21 novembre 2020

Apocalisse e rivoluzione

Giorgio Cesarano Gianni Collu

Dedalo libri 1973



Elena Sangro

 

 12.

L’esplosione rivoluzionaria russa, se apparentemente proietta sulla scena planetaria lo spettacolo trionfale (e per la borghesia terrorizzante) di un proletariato pervenuto a incarnare la propria soggettività liberata, mette ben presto in scena, realiter, nelle forme ormai meramente fittizie della rivoluzione al potere, la mediazione recuperatrice e sostanzialmente restauratrice della controrivoluzione potente. 

Cacciati sanguinosamente dal basso, modi e rapporti di produzione essenzialmente capitalistici ricadono sanguinosamente, sopra le teste illuse (ma non tutte) del proletariato rivoluzionario, reintrodotte per decreto legge dall'alto. Il pretesto - ed è qui che appare per la prima volta il potere abbacinante della « ratio » scientifica mediatrice del capitale - è quello della necessità di conquistare, lungo un duro processo di  «transizione» cosiddetta socialista, le basi materiali per la realizzazione del comunismo.


Non è questo il luogo per perpetuare la semisecolare polemica antileninista, né ha senso chiedersi ancora una volta oggi quali potessero essere le alternative praticabili: la lotta rivoluzionaria vive sempre il presente come il terreno dello scontro tra un progetto di futuro cui è legata la sorte della specie e la somma delle sue sconfitte passate, influenti solo per quel tanto che indica le trappole in cui non può più cadere. È questo invece il luogo in cui attestare come quella lezione di realismo fu dal capitale internazionale appresa e fatta sua, a proprio esclusivo ed automatico vantaggio: la lezione che gli consentiva di non temere forza al mondo capace di distruggerne l’essenza, finché esso sarebbe riuscito ad apparire come il modo materiale di prodursi di ogni comunità umana. 

Il capitale imparò dalle sue crisi a disfarsi del proprio passato per rilanciare i suoi modi di produzione a livelli di organizzazione più alti, più integranti, più totalizzanti. Imparò a mascherare la propria facoltà di transcrescenza coprendola con trasformazioni formali, spettacolari. Imparò soprattutto a scorrere come un’acqua necessaria sotto qualsiasi bandiera, ad assumere tanto la forma quanto la sostanza di un modo d’essere basilare e neutrale, così simile alla vita e alla natura da poterne vestire le apparenze. Mediandosi attraverso scontri in cui sarebbe corsa la massima quantità possibile di sangue proletario, il capitale apprese di potersi trasformare in modi d'essere sempre meno specifici di una classe e sempre più intrinseci di un popolo superando così un primo grado (un primo livello o soglia di limiti) delle sue connaturali contraddizioni.






13.

Da quel momento il proletariato non si rappresentò più, agli occhi del capitale, esclusivamente come la forza-lavoro da esso stesso prodotta e trattata al pari di una merce, ma cominciò ad apparirgli come il suo stesso

popolo prossimo venturo. Non più dunque nella forma e nella sostanza di mera materia bruta, propellente da tenere in vita fin tanto che da forza, ma, nella forma, la materia vivente del suo stesso corpo (corpo sociale, gregario discreto del cervello sociale, incarnato dal capitale fatto scienza); nella sostanza il propellente naturale di un processo di autonomizzazione che tanto più « naturalmente » se ne sarebbe separato come da una scoria, quanto più si sarebbe mostrato capace di, integrarlo profondamente e capillarmente ai meccanismi della macchina valorizzatrice. Il processo di emancipazione del capitale dal primo grado critico del suo sviluppo (il primo livello di chiusura del sistema entro i suoi limiti, con la conseguente inevitabile « messa in blocco ») passa dunque attraverso l’emancipazione fittizia del suo antagonista naturale, l'emancipazione fittizia del proletariato arruolato alla soggettività autoresponsabile della produzione di lavoro. 
Da quel momento, mentre il capitale vede nel proletariato il suo popolo futuro - e intravvede per sé la chance di mediare ogni propria contraddizione con l’integrare al suo « spirito », nella sua propria soggettività surrettiziamente socializzata, il corpo stesso della specie, - fatta suo corpo -, il proletariato abbacinato dalla controrivoluzione vede nello sviluppo del capitale il suo proprio futuro, media la propria intolleranza in nuova pazienza, prospettandosi il compito storico di realizzare a proprie spese, ma volontariamente, le basi materiali per la realizzazione di un capitalismo neocristiano: « socialista ».






14.

La contrapposizione tutt’affatto fittizia e spettacolare dei due blocchi oriente-occidente, in entrambi i quali, ma attraverso realizzazioni formali differenti, sviluppo capitalista e controrivoluzione si incarnano nel medesimo soggetto abbacinato, polarizza per decenni, mentre seguita a scorrere sangue proletario, l’immaginazione tutta ideologica del « pensiero » rivoluzionario, attardando la teoria in una grottesca rissa d'arruolamento sotto le diverse bandiere del medesimo processo. La controrivoluzione mima tutti i luoghi comuni della dialettica, degradata a commedia degli equivoci; mentre l’insoddisfatto bisogno di vivere per davvero e la fatica del «virtuoso » lavoro covano sotto la cenere, nei corpi del proletariato sconfitto più che nelle menti (o estraniate o drogate dalla politica), il fuoco vitale che esploderà, dopo cinquant'anni di latenza, nei primi incendi del ’68.


Ma l’integrazione è stata così profonda, la catena così salda, che ad apparire con le torce in pugno non sono quelli che, inseriti, riscuotono in ore di abbrutimento il salario che gli consente di perpetuare il « lavoro di vivere »: come sempre si muovono per primi i disertori dello « spirito » dominante e gli esclusi dalla catena di montaggio, i fuoriusciti volontari e i proscritti coatti.


A Parigi come dovunque in Europa studenti, disadattati, hippies e bluson-noirs; negli USA questi stessi e la « razza » degli esclusi, i neri dei ghetti, gli ex-schiavi « riscattati » da cogli-cotone a cogli-immondizie. Rigettano per prime l'orrore della non-vita due qualità di « competenze » diverse, ma subito affratellate, entrambe accelerate dall’essere esterne al cuore più duro del processo: voyeurs dall'alto, gli studenti, dell'ingegneria sociale (in tutte le facoltà si insegna la facoltà di dirigere l'essere diretti); voyeurs dal basso, gli esclusi, della società dei rifiuti, che li consuma; da un lato si rivolta l’ «immaginazione », prima di essere co-optata, dall’altro la vitalità denudata, dopo essere stata umiliata.






15.

Da un lato la politica assume su di sé il ruolo di mediatrice del processo, mettendo in discussione tutto tranne i fondamenti che lo sostengono, spacciando di conserva con la pubblicità per buono per eccellente per superextra tanto lo sviluppo suicida della produzione quanto il modello di vita che ne è il reale prodotto; dall'altro lato la lucidità pianificatrice (« scientifica ») del capitale vede sempre più nitidamente profilarsi dinanzi a sé la soglia di un nuovo limite che solo un salto mortale può consentirgli di superare il limite sempre più vicino della sua stessa espansione planetaria, gli impone di inventare un nuovo mondo, mentre sta per « finire » il mondo. 

Guerre, guerriglie, campagne di liberazioni nazionali, bagarre elettorali per l’elezione (o l’esecuzione capitale) di questo o quel funzionario superstar - tutti egualmente fungibili quanto funzionali - si accavallano alla rinfusa sugli schermi dei suoi oracoli di vetro, in un tritume in cui si mescolano, allo stesso livello, le stragi dei week-end, quelle degli indiani e quelle del DDT, i caroselli sulla nuova qualità della vita, i dibattiti sulla qualità della vita, gli psicodrammi sulla squalifica della vita. Al servizio di una politica che baratta la critica di tutto con la vittoria del Niente, ingranaggi fittizi e reali, gli uni dagli altri irriconoscibili, trascinano nei loro meccanismi, insieme con i corpi di un proletariato sempre più 'sovrabbondante, l’immaginazione in brandelli di vivere una lotta vera, l’illusione lottizzata di battersi per una questione di vita o di morte, mentre la morte guadagna terreno inavvertita nella sopravvivenza quotidiana di ciascuno.





16.

Agli urti sempre più accelerati contro le sue contraddizioni classiche, il capitale elasticamente risponde mimando le grida del suo popolo, assumendo per sé le ragioni della disperazione crescente, ma commutata nella voce della promessa e della speranza immanente. Se il dominio formale aveva assunto nel capitale i tratti orgogliosi e feroci di una classe che s'era conquistato il potere con la rivoluzione; se la borghesia ancora viva non si vergognava di difendere i propri privilegi giusto in quanto poteva apprezzarli - ancora per poco – come il bene della terra e il gusto della vita, e perciò li difendeva senza mettersi in discussione, offrendo di se stessa, malgrado le lotte economico-politiche intestine, un’immagine in cui la ricchezza giustificava il prezzo della miseria; la transizione al dominio reale porta il capitale verso la produzione accelerata di una politica - la nuova immagine di se' con cui contrabbandarsi - tanto più elastica e cooptante quanto più formalmente disposta a mettersi in discussione, a problematizzarsi.


Ma i problemi all’ordine del giorno, nelle forme apparenti dell'apertura verso esigenze e bisogni del popolo, sono sempre i problemi del capitale. Il popolo è sempre più il capitale in persona: il popolo «che ha il voto, il popolo che si rappresenta, il popolo che ha 

il « privilegio » della parola, assume senza avvedersene il ruolo del fantoccio che parla con la voce, e che copre le mani del ventriloquo.





17.

La quantità è il regno esclusivo della valorizzazione, che in questo consiste; nella produzione di qualità apparenti a monte delle quali giace sempre quantità di lavoro erogato. Da quando il capitale si limitava a vantare la qualità delle sue merci, è passato il tempo necessario a catturare del tutto ogni forma di vita nella forma di merce, così che oggi si possa discutere di « qualità della vita » dopo che dietro ogni « vita » prodotta giace una quantità di lavoro erogato, di vita devalorizzata. Questa è la nuova conquista del capitale antropomorfo: avere colonizzato al valore ogni tratto della convivenza sociale, essersi ricomposto al di là della soglia d’esplosione dei suoi vizi organici nella composizione organica del capitale-vita; l’essere transcresciuto dal regno intossicato di merci-rifiuto dell'esteriorità al regno sopravvivente dell’interiorità, tanto più degradata quanto più disseppellita e sollevata a nuova area di mercato. 

Una macabra archeologia è chiamata a resuscitare, nei morti-vivi, l’anima fenicia dei commerci avventurosi; ma sotto le costellazioni del diluvio le anime morte non possono che trafficare reliquie: la morte dei desideri e l’equivalente generale che informa del suo valore tutte le zecche della « personalità » depressiva. Lasciamo che i morti valorizzino la loro « vita ».

 

 



 
 
 
 
 
 

domenica 8 novembre 2020

Tre evidenze di Marx.

Marco Iannucci* 

 


Buster Keaton



Un po’ piú di 150 anni fa, vedendo che  una larga parte di umanità attorno a sé mostrava di avere motivi per non volersi allineare nei ranghi della società presente, un uomo considerò che sarebbero emersi motivi ancora piú profondi se solo qualcuno avesse fatto luce sul meccanismo fondamentale che faceva funzionare quella società. Dopo lunghi studi in proposito, egli pubblicò i risultati della sua indagine in un libro intitolato 

Il Capitale. Sottotitolo: Critica dell’economia politica . Lí si parlava, per centinaia di pagine, essenzialmente del capitale. È superfluo che io precisi il nome di quell’uomo. Ricordo ancora bene l’emozione che provai alla prima lettura di quel libro. Era l’emozione che si prova quando ci si trova davanti a un disvelamento, quando qualcosa che era occultato, nascosto, ci viene all’improvviso svelato. Il disvelamento operato da Marx è profondo e nello stesso tempo ricco di dettagli, e io non posso che rimandare alle sue parole. Ma voglio qui ricordare solo tre capisaldi di quel disvelamento, quelli che anche allora mi colpirono con maggiore forza:

 

 


 

1 innanzitutto restai stupefatto e nello stesso tempo illuminato nel momento in cui Marx mi chiarí che il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale tra persone, mediato da cose . «Ma allora - pensai - il capitale in definitiva non è un oggetto interno all’economia». Se il capitale è un rapporto sociale tra persone, vuol dire che non è un fenomeno appartenente ad un ambito particolare, ma è ciò che determina il modo di vivere degli uomini e delle donne, è ciò che dà forma alla loro vita. Quindi, proporsi di smontare il capitale, di disattivarlo, di tirarsene fuori, non è compiere un’operazione politico-economica, ma vuol dire riprogettare la vita umana sotto un’altra forma, e questa riprogettazione non è limitata ad un ambito predefinito, ma è totale, e va alla radice dell’umano. Cominciavo a capire che se ciò che appare alla superficie sono «cose» (le merci, il denaro) mentre ciò che non appare è che queste cose mediano i rapporti sociali, ecco allora perché di cose si può sempre parlare, mentre sulla forma che i rapporti sociali prendono in quanto modellati da queste cose, è meglio sorvolare;

 


 

 

 

2 ma di quali rapporti sociali è portatore il capitale quando si insedia tra gli uomini? Evidentemente di rapporti sociali corrispondenti alla sua natura. E qual è la sua natura? Secondo disvelamento: il capitale è denaro in processo, è denaro che si valorizza, che aumenta la sua quantità. Ulteriore illuminazione stupefacente: ma allora mi sta dicendo che le relazioni umane, se si sottomettono al capitale, assumono come loro perno il denaro che deve aumentare, cioè prendono una forma funzionale ad un processo che deve portare alla fine, nelle tasche di chi vi ha immesso (investito) denaro, piú denaro di quanto vi era presente inizialmente. Le relazioni umane si modellano cosí in funzione di questo aumento di denaro a uno dei loro poli, cioè della valorizzazione che rende il denaro capitale. Questa valorizzazione diventa il legante dei rapporti umani, con un’inversione che Marx sottolinea, per cui i rapporti sociali a quel punto non sono piú «rapporti immediatamente sociali fra persone [...] ma anzi, rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose». (1) 

 

Se non stai a questo gioco il processo ti relega ai margini della vita sociale, il che spesso vuol dire della vita tout court . Perché la valorizzazione esige che tutti i beni diventino merci, e se non hai accesso alle merci, muori, socialmente e fisicamente. E per avere accesso alle merci devi possedere denaro, e il principale modo che ti viene prospettato per acquisirlo è di divenire merce tu stesso, vendendo le tue facoltà umane. Si capisce quali enormi conseguenze derivino da qui a cascata;

 

 


 

3 ma quale limite di penetrazione ha questo processo nella vita degli uomini? Dove si ferma? Risposta di Marx e terzo disvelamento: non ha alcun limite prestabilito; il capitale non si ferma di fronte a nulla. Ciò vuol dire che esso trasforma tendenzialmente tutte le relazioni intraumane e le relazioni tra la specie e la natura in relazioni funzionali alla sua valorizzazione. Ciò vale in estensione (e Marx segnalò per prima cosa il bisogno del capitale di crearsi un mercato mondiale) ma vale anche in intensione, con il suo entrare capillarmente a determinare le azioni che gli individui compiono ogni giorno. A questo proposito Marx ad esempio dimostrava che è esigenza del capitale non di creare prodotti per i bisogni, ma bisogni per i prodotti. Gli atti che noi crediamo di compiere naturalmente e semplicemente per soddisfare i nostri bisogni, sono in realtà pilotati in modo da passare attraverso l’acquisto di merci, cosí da garantire la massima valorizzazione del capitale. Il nostro agire è appendice di questa valorizzazione. Ciò richiede che le rappresentazioni mentali che si associano ai nostri atti siano parimenti modellate sulle esigenze del capitale (è ciò di cui si incaricano la pubblicità e l’informazione di massa).

 

Riesaminando oggi questi tre disvelamenti, confrontandoli con il mondo in cui vivo, sottoponendoli alla prova dei cambiamenti che sono intervenuti nella società dai tempi di Marx, io non trovo motivi per abbandonarli come non piú corrispondenti alla realtà attuale, come non piú utili per comprenderla e per posizionarmi in essa. Al contrario, ritengo che non vadano tagliati i fili con queste analisi di Marx, e che essi siano casomai da riannodare. E il gesto fondamentale di questo riannodare consiste nel non smettere di leggere i caratteri del mondo sociale umano attuale come manifestazioni del dominio del capitale. Il quale, trattandosi di un processo e non di una cosa, non ha mai smesso nel frattempo di cambiare i connotati al suo mondo e a se stesso. Quindi si tratta di essere fedeli anzitutto a ciò che si vede, di cui si fa esperienza, confrontando questa esperienza con la chiave di lettura che Marx ci ha fornito. Il contrario quindi di qualsiasi scolastica o dogmatica marxista.



1 K. Marx, Il Capitale , Torino, Einaudi 1975, Libro I, Cap. 1, § 4: «Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano», p. 89.h (16) h

 

*Un Percorso dell'Essere in Comune

 

 


 

 

 

 


lunedì 13 luglio 2020

La fame del capitale



Franco Ferlini 





La formazione di capitali dipende dal saggio di profitto e dalla massa di profitto. Nello sviluppo capitalistico, mentre il saggio di profitto tende a diminuire, la massa di profitto tende a crescere con la accumulazione del capitale.

Se un capitale di 100 con un saggio di profitto del 20% produce una massa di profitto di 20, con la caduta del saggio di profitto al 10% per produrre la stessa massa di profitto deve essere investito un capitale di 200.

L’’esistenza stessa del capitale è legata alla sua costante accumulazione.

E quando un saggio di accumulazione non è più sufficiente ad accrescere il capitale reale per fornire una massa di profitto uguale o maggiore della precedente composizione, allora il grande capitale si alimenta espropriando i capitali minori presenti sul mercato interno ed estero.

Questa legge della accumulazione riveste un grande ruolo nella situazione odierna e porta a una vera e propria guerra globale di capitali, resa necessaria dalla rivoluzione” delle tecnologie della produzione e dai costi di produzione delle tecnologie stesse. La produzione di ricerca tecnologica impiega un vasto numero di operatori e l’’impiego di considerevole capitale fisso.





In questa guerra di capitali ci saranno vincenti e perdenti, e la cosa in qualche modo ci riguarda direttamente, visto che coinvolge tre modelli capitalistici: quello americano, quello cinese e quello europeo.

Il modello americano si basa sulla forza e resistenza del dollaro come moneta di scambio e di riserva internazionali, conquistato con la sconfitta del capitalismo europeo negli anni quaranta.

La Federal Reserve si fonda su questa forza e stampa carta moneta illimitatamente secondo la situazione: crea una massa monetaria, senza corrispettivo, che tramite la borsa integra i consumi della classe media, nonostante il calo dei redditi, salariali e anche renditizi.

D’’altro canto assicura la tenuta finanziaria delle grandissime imprese. Le grandi società quotate si finanziano con l’emissione di titoli e gli investitori si rifinanziano cedendoli alla Fed e ricostituendo il proprio capitale speculativo; un ciclo a suo modo funzionale ma dagli esiti gravemente negativi.

A parte la crescita inarrestabile del debito pubblico interno e del debito sull’’estero, si assiste ad una crescita abnorme della ricchezza di un ristretto centile della popolazione americana e una espansione dell’’immiserimento e della povertà che coinvolge oltre 60 milioni di abitanti.





Il modello cinese si fonda sulla crescita produttiva e su una ingente accumulazione di risorse – auree, creditizie, ecc – sulla espansione dei consumi interni, sulla grandi disponibilità per la formazione e per le ricerche avanzate in campo scientifico e tecnologico.

Il mercato cinese poggia su un numero di consumatori che ancora non conosce limiti, che si espande segnatamente in Asia e in tutte le aree emergenti. Per dirla con Marx un continente che cresce perché è orientato più a produrre che a consumare.

Il modello europeo, o sarebbe più corrispondente alla realtà dire “modello germanico”, si fonda al contrario sulla austerità.

Non potendo competere con la potenza economico finanziaria e produttiva degli Stati Uniti e della Cina, si scommette sul ridimensionamento salariale.

La Germania ritiene che per stare al passo con le due economie subcontinentali deve poter disporre di un area subcontinentale chiamata Unione Europea, una unione tenuta assieme dalla sua forte presa sulla burocrazia di Bruxelles e sulla soggezione finanziaria e industriale degli altri 26 paesi.

Il problema della Germania – non ha senso parlare di “Europa” – è nella sua intima essenza l’accumulazione di capitale necessaria per far fronte alle immanenti sfide che si affacciano nella concorrenza internazionale, tra le quali particolarmente rilevanti sono quelle dell’’auto elettrica, dell’intelligenza artificiale e della rete 5g.





Per fornirsi di capitali in una misura superiore alle sue capacità di accumulazione la Germania, dipingendo altri paesi sull’’orlo del fallimento, spinge i capitali di questi paesi a rifugiarsi presso le sue banche e i suoi titoli.

La persistente e strisciante crisi politica, economica e sociale in varie parti del mondo favorisce questa politica predatoria, al punto che i capitali in fuga ricevono un interesse negativo ovvero pagano la sicurezza che la Germania garantisce.

Il degrado economico e sociale dell’Europa, in questa corsa all’’accumulazione di capitali e al regime di austerità imposto persino in Germania, ha portato alla esplosione di movimenti popolari (oggi tutti spregiati come “populistici”) che, quantomeno, imbarazzano la ex funzionaria della SED.

Ma il modello non può essere né messo in discussione, né riformato. Tutto il gran discorso che si fa su Fondi o Mes o Sure o altro, non è che sceneggiate per far credere alle popolazioni che l’’Europa unita esiste e promette progresso e benessere.

Il cerchio di ferro tedesco non permette che l’’economia italiana e altre economie possano affrancarsi da una condizione di perenne debito e ricatto: ne va, ad esempio, della possibilità di sottrarre in continuazione il sangue del capitale che l’’Italia produce in abbondanza e magari, un domani, attraverso le “condizionalità”, che secondo Gentiloni non ci sono, di mettere le mani sul grande risparmio degli italiani.

Lasciate ogni speranza voi che entrate nel cerchio di ferro di Deutschland uber alles…