uno dei due è l'altro

uno dei due è l'altro

mercoledì 19 ottobre 2016

Scenari di guerra III


La Siria, la Russia e l’elefante nella stanza: 
la bolla di Wall Street






La tensione tra Washington e Mosca assume, giorno dopo giorno, le caratteristiche di un inquietante crescendo: da ambo le parti, c’è l’apparente determinazione a difendere le rispettive posizioni sul dossier siriano fino alle estreme conseguenze. Di recente abbiamo analizzato la natura dell’attuale sistema internazionale, dove il declinante angloamericano è tentato dall’eliminare gli sfidanti emergenti finché ha i mezzi per farlo. È tempo di indagare perché Washington sente di avere poco tempo a disposizione e freme per la guerra: lo scoppio della bolla speculativa di Wall Street che pende sull’establishment atlantico come una spada di Damocle.






Un inquietante crescendo di tensione

L’Occidente, ed in particolare l’Europa, è anestetizzato: le opinioni pubbliche sono troppo assorbite da una molteplicità di crisi concomitanti per metabolizzarne un’altra e le classi dirigenti troppo succubi ai poteri atlantici per immaginare anche soltanto una reazione.

Così, nel tardo 2016, quando i rischi di un conflitto tra la Russia e la NATO sono maggiori che nel momento più buio della Guerra Fredda, nessun partito si mobilita, nessuna piazza si riempe, nessun appello è lanciato: è un sistema, quello euro-atlantico, che ha sopito qualsiasi coscienza e soffocato qualsiasi voce fuori dal coro, riuscendo ad accompagnare i popoli europei, mano nella mano, ad un passo dal precipizio. L’operazione è un capolavoro di manipolazione di massa: come trascinare una società verso la guerra senza che se accorga e riuscendo, addirittura, a dipingere il novello dottor Stranamore, Hillary Clinton, come la paladina dei diritti umani e delle minoranze etniche, religiose e sessuali.


Che i rischi di un conflitto internazionale siano più alti che durante la Guerra Fredda, l’abbiamo recentemente sottolineato in un nostro articolo: l’accento era posto, in particolare, sulla natura dell’attuale sistema internazionale. Se durante la Guerra Fredda l’obbiettivo di fondo delle due superpotenze era la conservazione dello status quo e vigeva l’accordo, mai dichiarato ed indichiarabile, di non ledere gli interessi vitali dell’avversario, il contesto di oggi è molto più dinamico e, di conseguenza, più rischioso: assistiamo ad una potenza egemone che, creato un mondo unipolare grazie all’harakiri del nemico, ha oggi l’acqua alla gola ed è atterrita dall’inesorabile avanzare degli sfidanti alla supremazia mondiale.

È la stessa posizione in cui si trovò Sparta di fronte alla crescente forza di Atene, inducendola a dichiarare guerra finché aveva buone probabilità di sopraffare la nascente potenze ateniese. Scrive Tucide sulle ragioni della Guerra del Peloponneso:

“Il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, fino a provocare la guerra”.

In queste condizioni, come già evidenziammo, le ostilità tra Washington e Mosca trascendono il conflitto in Siria e riguardano piuttosto l’assetto globale: sono lo sfaldarsi dellUnione Europea (la testa di ponte angloamericana sul continente euroasiatico), il crescente dinamismo economico e politico delle grandi potenze terrestri, la determinazione degli avversari a costruire un sistema finanziario alternativo al dollaro ed al duo FMI-Banca Mondiale, la percezione che sempre più alleati guardano altrove (si veda la clamorosa decisione del presidente filippino Rodrigo Duterte di sospendere la collaborazione militare con gli americani1a spingere gli USA verso il conflitto.






La “guerra per l’egemonia” che si profila all’orizzonte, come già sottolineammo, può deflagrare in Siria, ma qualsiasi altro degli innumerevoli teatri di crisi (l’Ucraina, il Golfo Persico, il mar Baltico, il mar meridionale cinese) può fungere da innesco: è, ad esempio, la decisione americana di schierare uno scudo missilistico in Sud Corea che ha contribuito ad inasprire ulteriormente i toni nelle ultime settimane, compattando Mosca e Pechino2.


I segnali di una vera escalation abbondano, lasciando ipotizzare che il punto di non ritorno sia imminente o forse già superato: Mosca schiera gli Iskander a Kaliningrad, Washington accelera la costruzione dello scudo missilistico; Mosca invita il personale pubblico a riportare in patria i famigliari, Washington è pronta ad inasprire l’isolamento economico della Russia; un alleato politico di Vladimir Putin pronostica la guerra nucleare nel caso di una vittoria di Hillary Clinton3, il vice-presidente americano Joe Biden minaccia esplicitamente azioni di guerra cibernetica; Vladimir Putin sottolinea che non dipende dalla Russia se qualcuno cerca il “confronto”, il ministro inglese Boris Johnson minaccia di trasformare “in cenere” le ambizioni di Mosca; etc. etc.






Ad aver ipotizzato una “guerra regionale o globale” nel caso in cui Mosca e Washington non raggiungano un accordo sul futuro della Siria è stato il primo ministro turco, Numan Kurtulmus4: affermazione corretta, che però confonde il fine (la “guerra globale”) con i mezzi (il futuro della ben più modesta Siria).

Se Washington e Mosca entrassero in guerra, infatti, la causa del conflitto non sarebbero certo da ricercarsi né nel futuro della base navale di Tortosa, né in quello di Bashar Assad, né in quello dei suoi alleati libanesi ed iraniani (benché la questione stia oggettivamente a cuore ad Israele ed all’influente lobby ebraica statunitense). Al contrario, l’impero angloamericano sfrutterebbe la Siria come casus belli per una guerra di cui ha disperato bisogno. Ora.

Un fattore che spinge le potenze declinanti a lanciarsi in una “guerra per l’egemonia” è la percezione che un mutamento storico è imminente e si ha poco tempo a disposizione prima che il vantaggio economico e militare sugli sfidanti si dissolva. L’impero angloamericano si trova oggi in questa condizione: la sua situazione economica è così precaria che non esistono alternative tra l’implosione o la guerra verso l’esterno, unica soluzione per puntellare il sistema, eliminando qualsiasi centro di potere alternativo.

Può sembrare un discorso logoro, simile a quello dei vecchi marxisti che pronosticavano saltuariamente il collasso del capitalismo occidentale e vedevano nelle guerre imperialiste l’extrema ratio per risolvere i difetti congeniti del sistema: qualche semplice dato, indica invece che lo scenario di un imminente tracollo economico e finanziario degli USA è più che concreto.





L’elefante nella stanza: la bolla di Wall Street

Le condizioni dell’economia statunitense sono il classico elefante nella stanza: un problema macroscopico, di cui tutti tacciano, anche perché parlarne significherebbe ragionare sulle vere cause della crisi internazionale in atto.

L’impero angloamericano è fondato su un capitalismo finanziario, noto anche come “capitalismo anglosassone”. Preferendo i titoli mobili (azioni, obbligazioni, derivati) ai beni immobili (imprese, terreni, edilizia), la mondializzazione sfrenata al protezionismo, la speculazione alla produzione, la deflazione all’inflazione, le politiche lato offerta (l’austerità ed il neoliberismo) alle politiche della domanda, questo tipo di capitalismo non genera una crescita economica stabile e costante (basata su attività reali e su salari crescenti che alimentino la richiesta di beni e servizi), ma una serie costante di bolle speculative che si susseguono l’una dopo l’altra.

Il fenomeno è esploso dopo la dissoluzione dell’URSS (1991) e l’abolizione negli USA della legge Glass–Steagall (1999), seguita dall’abrogazione in Europa di norme analoghe: in sostanza, il capitalismo anglosassone si è palesato in tutta la sua virulenza con l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale.

Da allora è stato un susseguirsi incessanti di bolle speculative, caratterizzate da vertiginosi rialzi in borsa, accompagnati dall’illusione di una ricchezza diffusa, seguiti da clamorosi tonfi, accompagnati da recessioni e povertà invece molto concrete. Si comincia con la bolla dot.com che nell’ultimo scorcio del 1999 porta il Nasdaq a valori record: la FED spinge il saggio di risconto fino al 6,5% nella seconda metà del 2000 per sgonfiare la corsa dei titoli tecnologici.

Prontamente questi si accartocciano su se stessi ed il Nasdaq perde oltre il 50% in un anno. La FED risponde alla recessione tagliando i tassi, che scendono fino all’1% nel 2004: il denaro facile alimenta così la nuova bolla, quella legata agli immobili ed alla materie prime, proiettando l’SP500 verso un nuovo record nel luglio 2007. La FED, fedele allo stesso copione del 1929 e del 2000, rialza i tassi, che toccano il 5,25%5 nel 2007: segue un primo scossone di assestamento, cui succede nell’autunno 2008 lo scoppio di quella bolla che trascina nel baratro Lehman Brothers e l’economia americana.

Non pago, l’establishment atlantico concepisce un ingegnoso piano per uscire dalle secche della crisi: alimentare una bolla speculativa, maggiore della precedente.





La FED porta il tasso di risconto allo 0% (dov’è tuttora, a distanza di otto anni), inondando di liquidità i mercati azionari, obbligazionari e delle materie prime. Come evidenziammo in un articolo di un anno fa6, la bolla creata presenta diverse analogie con quelle precedenti e con il rally che precedette il crack del 1929 (investimenti a forte leva finanziaria, aziende che riacquistano i propri titoli, indice Shiller Price/Earnings a livelli di guardia). Wall Street sale incessantemente, mese dopo mese, sino a portare nell’estate 2016 l‘SP500 a valori mai visti prima (2.168 punti a luglio).

C’è un problema: la bolla speculativa dei mercati regala lauti guadagni alla City ed a Wall Street, ma è incapace di risollevare le sorti dell’economia attraverso il cosiddetto “effetto ricchezza” (un aumento dei consumi dovuto alla percezione di una più alta disponibilità): è lo Stato che si fa carico dell’impoverimento generalizzato causato dalla Grande Recessione (il debito pubblico americano raddoppia sotto Obama, passando dai 10.000$ ai 20.000 $mld), e se i numeri dell’occupazione sono rosei, bisogna solo ringraziare il sempre maggior numero di disoccupati che smettono di cercare un impiego, uscendo dalla forza lavoro.
Dopo otto anni di tassi a zero, l’economia statunitense è in aereo in perfetto stallo.

Se la FED alza i tassi (si cominciò a parlare per la prima volta nel lontano 2013), schianta le borse come nel 2008 e provoca negli USA una Grande Depressione simile a quella degli anni ’30; se mantiene nullo il costo del denaro, gonfia ulteriormente la bolla speculativa, ampliando il divario tra i mercati finanziari e l’economia e rendendo ancora più drammatico l’inevitabile impatto finale. Già, perché diversi fattori, primi fra tutti la recente gelata degli utili aziendali e la prima riduzione di consumi delle famiglie dal lontano settembre 20097, indicano che mentre Wall Street mancina nuovi record, l’economia statunitense si dirige verso la recessione.

Si profila quindi all’orizzonte una crisi peggiore della precedente: spazi per tagli dei tassi non c’è ne sono più, l’indebitamento pubblico è già raddoppiato in otto anni, le tensioni sociali (come testimoniano lo stillicidio di rivolte razziali) sono già a livello di guardia, il margine per finanziare la ripresa a carico di Paesi terzi molto modesto (si veda l’accumulo di riserve auree in sostituzione del dollaro ed il continuo declassamento del debito pubblico americano da parte della agenzie di rating cinesi8). Anche lo status del dollaro come valuta mondiale di riserva sarebbe messo a repentaglio, di fronte a finanze pubbliche sempre più dissestate.




L’impero angloamericano si avvicina ad una crisi strutturale, tale da causarne il collasso: è possibile tenere testa a Mosca e Pechino, proiettarsi su cinque continenti e controllare i mari, mentre l’economia affonda ed il debito pubblico cresce al ritmo di 10.000 $mld ogni otto anni? La risposta è no.

È in questa prospettiva che vanno lette le affermazioni di Donald Trump: il repubblicano è consapevole che un crack del mercato azionario è ineluttabile (“If rates go up, you’re going to see something that’s not pretty”9) ed ha contemplato, nel caso in cui la situazione per le finanze statunitense si facesse critica, una ristrutturazione del debito pubblico o l’emissione massiccia di dollari così da alimentare l’inflazione10


La prima ipotesi è un tabù per le oligarchie finanziarie, custodi dell’ortodossia finanziaria, la seconda ipotesi è una blasfemia. Così facendo, Donald Trump sarebbe il primo presidente ad adottare un approccio post-imperiale: un taglio del debito all’argentina, od una politica monetaria alla venezuelana, accelererebbe il tramonto del dollaro come valuta di riserva mondiale e la parallela eclissi dell’impero angloamericano. Senza più la possibilità di comprare dal resto del mondo beni e servizi in cambio di pezzi carta (i dollari americani stampati a piacimento ed accettati solo perché valuta di riserva), come farebbero gli USA a finanziare le spese militari e le basi all’estero? 

Su posizioni opposte, è ovviamente la democratica Hillary Clinton, la candidata di quelle oligarchie finanziarie che siedono ai vertici dell’impero e scandiscono i tempi dell’economia statunitense con un crack borsistico dopo l’altro: può la favorita di Goldman Sachs avanzare l’ipotesi di una ristrutturazione del debito pubblico o di un’inflazione a due cifre che spazzi via i debiti (ossia i crediti nel portafoglio delle banche) mentre le riserve mondiali migrano verso lo yuan, il rublo e l’oro? Certo che no.


L’unica soluzione che rimane ad Hillary Clinton per evitare che il tracollo di Wall Street trascini con sé l’impero ed il dollaro, è quindi l’azzardata scommessa di una guerra preventiva contro Mosca e Pechino: l’eliminazione degli sfidanti all’egemonia mondiale, il congelamento del debito pubblico statunitense in mano ai cinesi (possibile con la stessa norma che permise a Bush Junior di bloccare gli investimenti delle “organizzazioni terroristiche”), e l’inflazione bellica, sono gli unici strumenti per scongiurare l’inevitabile collasso.

Si parla di Aleppo, di Siria, di Russia e di guerra, ma il motore è sempre la grande finanza: dopo aver trascinato gli USA nel baratro nel 2008, questa volta mammona si prepara a trascinare negli inferi il mondo intero.







1http://www.aljazeera.com/news/2016/10/duterte-philippines-open-china-russia-war-games-161017173207768.html
2http://www.bloomberg.com/news/articles/2016-10-13/xi-putin-bromance-grows-in-security-bond-as-u-s-spats-escalate
3http://www.reuters.com/article/us-usa-election-russian-trump-idUSKCN12C28Q?il=0
4https://www.rt.com/news/362572-us-russia-syria-proxy-war/
5https://fred.stlouisfed.org/series/FEDFUNDS
6http://federicodezzani.altervista.org/il-giovedi-che-cambiera-il-mondo/
7https://www.ft.com/content/e772ac50-bd09-11e0-bdb1-00144feabdc0
8http://www.cnbc.com/2013/10/17/chinese-agency-downgrades-us-credit-rating-should-you-care.html
9http://www.cnbc.com/2016/08/09/donald-trump-on-the-stock-market-its-all-a-big-bubble.html
10http://www.forbes.com/sites/timworstall/2016/05/07/donald-trumps-glorious-threat-to-default-on-the-national-debt-is-just-the-conventional-wisdom/#7e30e2355308







giovedì 13 ottobre 2016

Scenari di guerra II


Pape satàn, pape satàn Aleppo!

 ilsimplicissimus 







« «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
 
cominciò Pluto con la voce chioccia;
 
e quel savio gentil, che tutto seppe,


disse per confortarmi: «Non ti noccia
 
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
 
non ci torrà lo scender questa roccia.» »




Bombardamento di Pescara - 31 agosto 1943



La verità, di per sè assolutamente evidente, è questa: se la regione di  Aleppo viene riconquistata dall’esercito siriano, la guerra è finita e addio ai piani di Washington, (con Parigi e Londra in funzione di valletti) sulla sistemazione neocoloniale del medio oriente e delle zone petrolifere. Addio ai miliardi spesi per importare e armare terroristi raccolti un po’ dovunque, addio alle gite segrete di Mc Cain, agli altrettanto segreti stanziamenti del congresso, addio ai generali francesi in gita ai confini con la Turchia, addio alla falsa guerra contro l’Isis. Ma il fallimento di un’operazione dal cinismo agghiacciante che finora è costata un numero incalcolabile di morti e un’incalcolabile danno alla verità, soppressa da ogni tipo di bugie rischia di ripercuotersi su altri fronti, Ucraina in primis.

Per questo si moltiplicano gli “errori” degli Usa  che attaccano apertamente le truppe siriane, salvo dire che si sono sbagliati, è per questo che è ricominciata senza sosta il “trattamento” mediatico che cerca di raccontare una verità completamente inventata a suon di vittime civili e di bambini morti sotto gli attacchi russi e siriani, di corrispondenze dai grandi alberghi o embedded, mentre spesso si tratta di scenari preparati ad hoc oppure si spacciano le bombe dei cosiddetti ribelli come quelle di Assad o non si ammette che i terroristi si facciano scudo dei civili, la scusa standard per le stragi occidentali. Per questo quando vedo l’orrido crapone del plagiario Saviano presentare, non a gratis evidentemente, un polpettone di Canal + che attraverso Vivendi è legata a Universal television, una delle più atroci  multinazionali dell’informazione Usa,  sulla propaganda dell’Isis mi vengono i brividi e mi viene da pensare che tutti hanno una loro Gomorra e qualcuno più degli altri.



Pescara, ponte della ferrovia


Lo scopo della grande campagna pseudo umanitaria, mai accompagnata da così grandi grancasse mediatiche, è quello di far cessare gli attacchi russo siriani che stanno distruggendo le fila di un terrorismo camaleontico e ogni tempo, di un terrorismo crudele e mercenario che poi schizza le sue schegge impazzite negli scenari della vecchia Europa, per arrivare a una tregua in modo da far riorganizzare i tagliagole amici e aspettare che il nuovo presidente, preferibilmente la Clinton per l’oligarchia globalista, decida cosa fare. O meglio, decida come raggiungere l’obiettivo di mandare all’aria Assad e la Siria, perché gli Usa  non vogliono e non possono permettersi una sconfitta che metterebbe a rischio tutte i rapporti coloniali costruiti dal dopoguerra (vedi Arabia Saudita, una costruzione di servizio totalmente artificiale)  e soprattutto non quando l’avversario reale è la Russia

D’altra parte Mosca di certo non può cedere, non comunque con la situazione ucraina aperta. Quindi  una guerra globale è più vicina di quanto non si pensi o non si tema, anche perché le oligarchie cominciano ad avvertire il pericolo che il loro potere possa essere messo in discussione man mano che procede il degrado economico favorito dall’universo di teorizzazioni prive di senso che hanno organizzato e e pagato attraverso  un sistema accademico privato, centralizzato in Usa e proprietario. Quello che per sette miliardi di persone è una tragedia, per poche milioni è una chance.


Anzi secondo alcuni analisti, forze del potere grigio Usa starebbero pensando, in accordo e complicità con qualche fazione militare, di arrivare a un conflitto prima che la nuova amministrazione, magari anche quella del semi isolazionista Trump, possa cercare una qualche onorevole via d’uscita. Si tratta ovviamente di speculazioni indimostrabili e probabilmente esagerate nel senso che trasformano possibili umori e suggestioni, in piani e disegni, ma gli errori “impossibili” con la tecnologia attuale compiuti dall’aviazione Usa e sempre contro i siriani, inducono a pensare che da qualche parte esistono disponibilità al colpo di mano. 

Del resto non è certo difficile creare le condizioni per un un incidente, anzi a volte è persino facile inventarseli come quello celebre del golfo del Tonchino che diede inizio alla guerra del Vietnam e che non è mai avvenuto. Quindi dietro le foto da studio di un bambino ferito, si nascondono pericoli e visioni ben più feroci ,viene implicata un’umanità ridotta a volgare spot e umiliata ogni verità.  E’ già propaganda di guerra.




Sulmona, stazione ferroviaria




venerdì 7 ottobre 2016

Scenari di guerra

Il Fallimento della Dottrina Militare Americana?

Federico Pieraccini  

sinistrainrete





 

Analizzare la crescente insoddisfazione dei generali statunitensi verso i vertici politici di Washington, permette di gettare una nuova luce sulla direzione in cui procede la macchina militare Americana. In particolare è interessante osservare la futura programmazione bellica nell’ambito delle forze di terra, mare, aria, spazio e cyberspazio 

 

Terminata la guerra fredda le forze armate statunitensi si ritrovarono senza un vero e proprio avversario paritetico, decidendo quindi progressivamente di cambiare strategia ed investimenti in materia di guerra e conflitti. Passarono dal possedere una vasta forza numerica pronta a combattere avversari dello stesso livello (URSS), con una programmazione militare specifica, ad una strategia focalizzata su avversari ibridi (milizie o forze regolari) o di taglio inferiore (Iraq, Siria, Afghanistan, Jugoslavia, Libia). La forza militare degli Stati Uniti iniziava quindi a mutare programmazione e tattiche, assolvendo alle richieste dei nuovi inquilini della casa Bianca, i famigerati Neocon. Seguendo una dottrina militare incentrata sul concetto di mondo unipolare, miravano alla dominazione globale.


E’ da quando agli inizi degli anni 90’ i decisori politici (policy-makers) a Washington si prefissarono l’obiettivo utopico di egemonia planetaria, che le forze armate USA hanno dovuto espandersi per creare nuovi centri di comando (USAFRICOM, USNORTHCOM), oltre a quelli già esistenti (USEUCOM, USNORTHCOM, USPACOM, USSOUTHCOM, USSOCOM, USSTRATCOM, USTRANSCOM), dislocandoli in ogni angolo del pianeta.

Il tipico esempio di eccessiva estensione imperiale, storicamente fautore del collasso di svariati regni nel corso dei secoli.

Le capacità operative della macchina bellica USA dagli anni 90’ a metà degli anni 2000 sono rimaste più o meno invariate in tutti i conflitti principali: Jugoslavia nel 1999, Afghanistan nel 2001 e Iraq nel 2003. Tre conflitti in cui le forze di difesa delle nazioni aggredite risultavano essere nettamente inferiori alla potenza dell’aggressore. 

La caratteristica comune, nonché punto di partenza nella programmazione militare del Pentagono in Iraq e Afghanistan, era la superiorità aerea e la capacità di operare in contesti completamente indisturbati.

Bombardamenti a tappeto e missile cruise lanciati in quantità impressionanti rasero al suolo le difese anti-aeree di entrambi i paesi, spianando la strada ad un’invasione di terra o con truppe aviotrasportate in quantità notevoli. Un esempio che tutti ricordano vivamente fu l’intensità degli strike USA nei primi giorni della guerra in Iraq nel 2003: punte impressionanti ed inedite di morte e distruzione.

Eppure, persino in situazioni così favorevoli, la quantità di soldati Americani e alleati morti durante gli anni di occupazione sconvolse l’opinione pubblica americana cambiando forse per sempre la percezione dei conflitti bellici. Le conseguenze, prevedibili, furono enormi proteste popolari con un obbligato ritiro delle truppe dall’Iraq e una forte riduzione del contingente in Afghanistan.

La vecchia strategia di bombardare, invadere e soprattutto occupare i territori conquistati cessava la propria funzione dopo circa 70 anni di guerre.







Si cambia. Obiettivo: dominare il mondo

Vista l’implementazione della nuova strategia globale, le necessità mutavano. Avere a disposizione una forza contenuta numericamente, ma attivabile senza preavviso ed in grado di operare in ogni angolo del mondo in poco tempo, diventava fondamentale. Iniziarono a svilupparsi nuove modalità operative e di addestramento, basate sulla rapidità di reazione e la facilità di raggiungimento del teatro di guerra. 

In questo senso le Forze Speciali USA, le operazioni con i Droni da ricognizione e attacco e il ruolo di NRO (National Reconnaissance office) e NSA (National Security Agency) finivano per rimpiazzare quasi totalmente le precedenti tattiche basate sulle truppe di terra da proteggere.

Questo cambiamento organizzativo, basato sulla concessione di un’elevata autonomia strategica e decisionale ai centri di comando regionali, ebbe conseguenze devastanti nell’aumento della complessità della macchina militare americana. Queste trasformazioni furono alla base delle motivazioni che portarono ad una riduzione nelle capacità dei centri di comando di rispondere alle minacce esterne come un’unica potenza militare, uniti sotto la stessa bandiera.

In quasi 10 anni gli Stati Uniti sono passati da una forza prettamente di terra, capace di invadere con grandi numeri paesi stranieri grazie ad un cielo non contestato, ad una forza militare organizzata in piccoli compartimenti a cui raramente è stato richiesto di intervenire direttamente in un conflitto. Questo ha determinato una minore ricerca di mezzi e tecnologie per proteggere i soldati sul terreno di battaglia.

Il potere aereo invece ha continuato, per svariati anni, a rappresentare l’arma in più negli scenari bellici, specie in Nord Africa e Medio Oriente. Nel 2011 in Libia, ultima dimostrazione di tale superiorità, la potenza della USAF unita a quella dei suoi alleati diede la necessaria copertura alle forze di terra (composta da terroristi che successivamente invaderanno la Siria e la penisola del Sinai) per conquistare e occupare i terreni contesi.

Agli occhi di un osservatore attento, spicca una caratteristica comune a tutte le nazioni finite nella morsa degli Stati Uniti negli ultimi anni: elevata incapacità di difendere il proprio spazio aereo. Una volta conquistati i cieli, garantendo protezione per le truppe durante l’invasione, la maggior parte del lavoro risultava terminato.

Un’equazione che non sempre ha avuto successo influenzando il corso dei combattimenti. Ucraina e Siria lo dimostrano pur essendo due situazioni molto diverse fra loro.






Una situazione inedita

Per motivi completamente diversi, i due scenari hanno evidenziato le manchevolezze e le debolezze strategiche e strutturali del comando militare unificato. Nel caso della Siria, le capacità anti-aeree delle forze leali a Damasco, tra le prime dieci al mondo, spinsero gli analisti di Washington nel 2013 ad elaborare una strategia basata sulla necessità di distruggere i sistemi SAM con l’uso di missili cruise lanciati numerosi dalla flotta nel mediterraneo. 

Senza la rimozione dei sistemi missilistici terra-aria, la USAF non è in grado di operare impunemente sopra i cieli Siriani, senza riportare numerose perdite. I sistemi anti-aerei Siriani continuano a possedere elevate capacità di annientare un attacco composto non solo da aerei ma anche da cruise missile , rendendo l’offensiva USA enormemente dispendiosa (ogni Tomahawk costa circa 1mln di dollari), controproducente ed inefficace. Una situazione inedita che spinse Obama a chiedere l’aiuto di Mosca onde evitare un conflitto che avrebbe causato più di un grattacapo al Pentagono.

Nel caso Ucraino, con il cielo incontestato non avendo il Donbass forze aeree da contrapporre a quelle Ucraine, il piano era più che altro incentrato sulla combinazione efficace tra truppe di terra, mezzi pesanti e da ricognizione. L’obiettivo mirava ad ottenere avanzate tattiche e conquistare i territori contesi. Eppure, nonostante gli Advisor inviati da Washington e la tecnologia gentilmente concessa dagli Stati Uniti (NSA e NRO), l’esercito di Kiev non ha fatto che subire sconfitte ad opera di militari non regolari, con armamenti inferiori in termini di qualità e quantità.

Ben presto iniziavano a palesarsi una serie di situazioni inedite per gli Stati Uniti. Dal cielo negato in Siria all’incapacità di conquistare terreno in Ucraina dell’est, tutti sintomi rivelatori di un profondo malessere nelle capacità operative dell’esercito Americano e dei suoi alleati in situazioni belliche di non scontate e senza superiorità aerea o di ricognizione.





Si torna all’antico

Nella mente dei generali e consiglieri militari americani, questi sviluppi hanno rappresentato un campanello d’allarme senza precedenti. In 70 anni di guerre e conflitti, gli Stati Uniti si sono trovati per la prima volta in situazioni in cui non potevano concedersi il lusso di intervenire direttamente (Ucraina) e senza avere a disposizione una soluzione concreta per invertire la tendenza (Siria). Tutto ciò ha generato preoccupazione, obbligando i vertici politici americani a riconsiderare complessivamente l’approccio al confronto militare e a riprogrammare un nuovo cambiamento strategico a trecentosessanta gradi per far fronte alle nuove sfide.

In alcuni incontri pubblici tenuti da Robert Neller (comandante del corpo dei Marines) e Joseph Dunford (capo di stato maggiore), entrambi hanno evidenziato la sfida più importante per il futuro militare degli Stati Uniti. La trasformazione, dopo appena 15 anni, delle forze militari in unità capaci di contrastare un nemico non solo ben attrezzato (come Siria e Ucraina dell’Est ad esempio) ma addirittura di pari livello (Russia e Cina). Una rivoluzione, o ancora più precisamente, un ritorno al passato.  

Nel definire queste sfide, Dunford ha parlato di quello che viene definito in gergo militare il ‘4+1’, ovvero le nazioni che per il comando strategico americano rappresentano la maggiore sfida nei prossimi 10 anni: Russia, Cina, Corea del Nord, Iran + Terrorismo. Nel descrivere queste missioni, il capo di stato maggiore ha delineato il futuro scenario da guerra essenzialmente basato su armi balistiche a corto (SRBM), medio (MRBM) e lungo (ICBM) raggio, i sistemi anti-balistici (ABM), Cyber attacchi e capacità di violare/negare lo spazio aereo ( A2/AD).

Ciò che sorprenderà il lettore è che per ammissione sia di Neller che di Dunford, gli Stati Uniti hanno delle criticità operative facilmente sfruttabili dagli avversari. Lo sviluppo tecnologico dei paesi avversari (peer competitor) negli ultimi dieci anni ha quasi chiuso il gap militare con gli Stati Uniti in settori vitali per i futuri scenari di guerra:
  • Aeromobili di quinta generazione ( J-31 e PAK) con capacità stealth.
  • Missili balistici intercontinentali ( R-37) e a corto/medio raggio ( Iskander).
  • Vettori con velocità supersonica (imprendibili per gli ABM attuali e futuri).
  • Capacità di produrre danni cibernetici con effetti nel mondo reale.
  • Tecnologia sempre più avanzate di negare elettronicamente ( EW) o meccanicamente (S-300, S-400, S-500) lo spazio aereo ad un avversario.

Tutte sfide in cui il vantaggio americano, una volta granitico, sta lentamente svanendo. Un altro aspetto preoccupante, di cui entrambi i comandanti sono consapevoli, è la necessità di avere a disposizione una rete Internet/Intranet per operare al pieno della potenza bellica. L’interconnessione tra uomini e mezzi rappresenta per gli Stati Uniti un fattore moltiplicatore delle forze, esattamente come la necessità di proiettare potere sulle coste avversarie, grazie alle forze navali. I mezzi per negare questi vantaggi sono componenti essenziali alla base delle dottrine militari di paesi come Russia e Cina.




I missili antinave di nuova generazione ( DF-26, BrahMos II, Qader e P-900) sono un ottimo esempio per comprendere come Pechino e Mosca stiano reagendo al progressivo deterioramento dei frame work internazionale di pace. Negare un raggio di svariate centinaia di chilometri alla US Navy, necessario per manovrare navi e portaerei a ridosso della costa avversarie, rappresenta una novità assoluta per gli strateghi militari americani. In tal senso, i missili antinave sono un formidabile fattore di convenienza economica (costano poco ma possono affondare navi da miliardi di dollari) e altrettanto efficaci nel contrastare la superiorità americana in questo contesto (unico paese al mondo a possedere 10 Carrier Group). 

Nel completare questa strategia, Russia e Cina lavorano da tempo ai missili BVR (Missili Oltre L’orizzonte) che combinati con aeromobili Stealth (J-20 e PAK) negano agli Stati Uniti la capacità essenziale di prevedere un attacco letale, lanciato a distanza, alle sue portaerei.

L’obiettivo per Pechino, Mosca o Teheran è sempre lo stesso: negare l’avvicinamento alle coste o l’operabilità in acque internazionali a Washington, onde evitare l’uso delle immense portaerei come piattaforma di lancio per operazioni militari.

In tema di sicurezza strategica, la protezione dei cieli è nelle prime posizioni di qualunque pianificatore bellico. I sistemi ABM Cinesi o Russi come S-300, S-400 e S-500 hanno come obiettivo dichiarato di rendere impenetrabili i cieli a ICBM ed aerei Stealth di quarta o quinta generazione. Senza copertura aerea e senza piattaforme navali, le capacità funzionali dei soldati di terra si riduce drasticamente. 

Se a ciò aggiungiamo i vettori a corto o medio raggio come i missili Iskander, che possono annientare plotoni interi, si comprende facilmente come mai Dunford sia preoccupato di aver già perso il vantaggio tecnologico ed operativo rispetto ad un peer competitor (avversario di pari livello).

Certamente l’evoluzione del comparto militare-industriale americano non ha  agevolato il compito degli strateghi al pentagono. Programmi come l’F35 (aereo stealth di quinta generazione) che avrebbero dovuto competere con gli equivalenti Sino-Russi sono rimasti affossati da spese incalcolabili, probabilmente frutto di un sistema di corruttela diffuso, relegando gli Stati Uniti in una situazione di svantaggio nella futura sfida per la supremazia dei cieli. Persino l’arsenale atomico statunitense ( Nuclear Triade ) necessiterebbe di un ammodernamento, se confrontato con quello Russo, stimato nell’ordine dei mille miliardi di dollari in 10 anni, una cifra che attualmente il tesoro americano non possiede (se non stampando ulteriore moneta, ma questo è un altro discorso). 

Recentemente Mosca ha effettuato numerosi test di vettori balistici capaci di raggiungere velocità senza precedenti (Mach 6-7), cambiare direzione dopo il lancio e un raggio operativo incrementato notevolmente (17.000km), il che rende tutti gli attuali e futuri sistemi anti-balistici inefficaci ed inutili.






Colmare il divario

Il pensiero pratico, ma quasi filosofico, di Mosca e Pechino si basa sull’enorme differenza nella capacità di spesa bellica in confronto a Washington. Ciò li ha obbligati ad ingegnarsi con sistemi poco costosi ma altrettanto efficaci.

Un esempio perfetto, già pienamente operativo, riguarda lo sviluppo e l’uso dei missili Kalibr, la risposta Russa ai cruise missile USA. Simili ai vettori americani, si differenziano principalmente grazie alla possibilità di essere lanciati da navi di piccole dimensioni. Per comprendere quanto siano in affanno a Washington, basterebbe analizzare la reazione di Washington al lancio dei primi missili Kalibr nel 2015 dal Mar Nero alla Siria. Il Pentagono si dichiarava sorpreso dalla ‘nuova’ acquisita capacità Russa di lanciare missili del genere, da migliaia di chilometri di distanza, da navi di dimensioni così ridotte (con conseguenti costi ridotti). Sintomi della mancanza persino di elementi basilari come la ricognizione delle capacità degli avversari.

Il missile Kalibr ha consentito a Mosca di ottenere un vantaggio tattico, che a detta dei consiglieri militari USA, tende a mutare l’equilibrio strategico in Medio Oriente. E’ bastato pareggiare una delle maggiori caratteristiche degli Stati Uniti: l’attacco con missili da crociera per indurre i top Advisor USA ad entrare nel panico parlando dell’immediata necessità di rispondere adeguatamente a questo gap che velocemente andava chiudendosi. Peraltro, la strategia di dotare navi di piccole dimensioni dai costi contenuti di missili Kalibr, ha permesso di produrre un numero elevato di corvette moltiplicando la potenza complessiva della flotta Russa. Attualmente Mosca possiede diversi gruppi navali, tutte dotate di capacità di questo genere.

Gli Stati Uniti preferiscono optare per una filosofia opposta in termini di progettazione miliare. Favoriscono progetti a lungo termine in cui la speculazione e la capacità di arrotondare i guadagni per i contractor e mediatori, sono immensi: navi stealth ( USS Zumwalt), mega portaerei (classe Gerald R. Ford) e l’F-35 sono solo alcuni esempi. Pur non portando alcun avanzamento tecnologico nell’immediato, specie in relazione alle contromosse dei ‘4+1’, risultano essere il perno vitale dell’ammodernamento delle forze armate USA.

Paradossalmente, mentre gli USA non riescono nemmeno a schierare qualche F-35 funzionante, due nazioni come Korea del Nord e Iran hanno già implementato strategie atte a negare l’attuale supremazia americana, sia in termini operativi che di deterrenza. In questo senso, nonostante le sanzioni e il clima internazionale di ostilità, Pyeongyang è riuscita a produrre un sottomarino dotato di SLMB con armamento atomico. Un progresso notevole che pone amplia notevolmente gli orizzonti in merito alla capacità di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti e della Corea del Sud

In Iran, la produzione in serie di armamenti sviluppati in casa ( Bavar-373) simili al sistema S-300 (altrettanto efficaci), hanno caratteristiche atte a negare in un futuro immediato ogni capacità operativa sui cieli della Repubblica Islamica e dei suoi alleati (Hezbollah e Siria).







Una richiesta impossibile

Washington chiede ai propri Generali di essere pronti ad un conflitto su larga scala con avversari di pari livello, ma la realtà dietro le quinte è preoccupante e le grida disperate di Dunford e Neller, opportunamente tenute nascoste dai media, ne sono la riprova. Basta una semplice comparazione in termini di traiettoria a lungo termine delle dottrina militari di Cina, Russia e Stati Uniti per comprendere che Washington, pur continuando a possedere un vantaggio numerico in termini di forze e mezzi a disposizione, manca della capacità necessaria per combinare i vasti elementi delle forze armate USA al fine di ottenere una supremazia nei confronti degli avversari diretti.

Probabilmente è anche per questi motivi che il generale Dunford ha recentemente dichiarato che la prossima programmazione strategica delle forze armate Statunitensi non sarà resa pubblica. Evidentemente, la necessità di nascondere queste debolezze endemiche rimane di primaria importanza per non compromettere uno dei principali pilastri delle forze USA: proiettare potenza ed intimidire gli avversari senza dover necessariamente agire preventivamente.









Conclusioni e conflitti odierni

E’ grazie ad un’efficace combinazione di tutti i fattori sopracitati che Russia, Iran e i loro alleati hanno raggiunto le necessarie capacità per evitare un intervento diretto degli Stati Uniti in svariati contesti, dalla Siria all’Ucraina.

Nell’analizzare ciò che in Medio Oriente o nell’Est Europa non ha funzionato, gli USA sono accecati dalla complessità del loro sistema militare, concentrandosi più che altro sull’incapacità di organizzare una strategia rapida, vincente e poco dispendiosa in termini di perdite subite. Questo è il principale motivo che ha obbligato Washington ad appoggiarsi ad attori esterni per influenzare gli eventi sul terreno di combattimento (battaglioni di mercenari in Ucraina, Salafiti e Wahabiti in Siria). Tutte scelte che come vediamo alla lunga non pagano, ma anzi consentono alle altre potenze in ascesa di imporre una nuova supremazia bellica nei confronti degli Stati Uniti, senza necessariamente ricorrere ad un confronto diretto.

Le guerre del terzo millennio passano anche e soprattutto da fattori psicologici e di deterrenza, oltre alle imprescindibili capacità di condizionare l’avversario con false informazioni. Prendiamo l’esempio della Siria e dell’intervento Russo. Nessuno al Pentagono o alla CIA è stato in grado di prevedere lo schieramento aereo e navale Russo, compiuto in meno di 48h. Nessuno, tantomeno Dunford, aveva quindi pronto un piano ben definito per reagire a questa mossa. Oltre alle inefficienze tecniche ed organizzative, vi è una chiara inadeguatezza nel decifrare le mosse degli avversari, come in una partita scacchi. 

La capacità di sorprendere l’avversario aveva già dato i propri risultati nel conflitto in Ucraina con la vicenda legata alla Crimea, passata sotto territorio Russo senza un colpo sparato e con piena volontà popolare.

Dunford e Neller hanno compreso che il futuro il campo di battaglia in cui dovranno operare presenterà loro condizioni ostili in termini di superiorità aerea, connettività Internet e gestione simultanea delle risorse su un ampio spettro geografico. E’ una sfida che per ammissione degli stessi generali è tutt’altro che scontata come esito. La politica di Washington, dominata dalle lobby e dalla corruttela, pretende un’inversione di tendenza dall’apparato bellico senza precedenti. Lo richiede per assolvere alle future sfide di un mondo multipolare con diverse nazioni (alleate fra loro) capaci di confrontare alla pari i mezzi bellici degli Stati Uniti.

La verità, difficile da accettare per i policy-makers USA, è che l’attuale impostazione del sistema Militare-Industriale ( MIC) lascia pochi margini di manovra visti i progetti mastodontici avviati. L’F-35 difficilmente potrà essere messo da parte per una completa revisione progettuale, come invece necessiterebbe per poter realmente assolvere ai compiti che si richiedono a jet di quinta generazione. Stesso discorso andrebbe fatto in merito allo sviluppo delle costosissime navi USS Enterprise e USS Zumwalt i cui investimenti ammontano addirittura a diverse centinaia di miliardi di dollari

La spesa militare è uno degli ingranaggi che tiene in vita il sistema oligarchico statunitense, ma le conseguenze iniziano a pesare sulle future capacità belliche degli Stati Uniti. Gli avversari diretti recuperano terreno con mezzi più avanzati, più economici, più efficaci e meno difficili da adoperare o replicare. I vertici militari al Pentagono iniziano a dare segnali importanti di insofferenza, invocando un cambiamento che difficilmente avverrà, dato che richiederebbe un cambio completo ai vertici del paese invertendo una tendenza che lentamente sta prosciugando le casse di Washington, riducendo enormemente il vantaggio competitivo di Washington.






sabato 1 ottobre 2016

Da La Casa dell'Incesto. Anaїs Nin.





 
   Tutto quel che so è contenuto in
questo libro scritto senza testimoni,
un edificio senza dimensione, una
città appesa nel cielo.




  Galleggio di nuovo. Tutti i fatti e tutte le parole, tutte le immagini, tutti i presagi scorrono su di me, sbeffeggiandosi a vicenda. Il sogno! Il sogno squilla dentro di me come una gigantesca campana di bronzo quando desidero tradirlo. Mi passa accanto sfiorandomi con ali di pipistrello quando apro occhi umani nel tentativo di vivere senza sogni. Quando il dolore umano mi ha fieramente colpito, quando la rabbia mi ha corroso, mi alzo, mi alzo sempre dopo la crocifissione, e provo terrore per le mie ascensioni. LA CREPA DELLA REALTA'. La divina partenza. Cado. Cado nell'oscurità dopo la collisione col dolore, e dopo la divina partenza.
 

     Oh, il peso, il peso tremendo della mia testa levata in alto dalle nuvole e ciondolante nello spazio, il corpo come una manciata di paglia, le nuvole che mi trascinano i capelli come una sciarpa impigliata nella ruota di un cocchio, il corpo ondeggiante, in collisione con le stelle a lanterna, le nuvole che mi trascinano sopra il mondo.
 

     Non posso fermarmi, né discendere.

     Odo il dipanarsi dell'acqua, dei cieli e cortine. Odo lo stormire delle foglie, il respiro dell'aria, il lamento di ciò che non è nato, la pressione del vento.

     Odo il movimento delle stelle e dei pianeti, la ruggine leggera stride quando cambiano posizione. Il passaggio serico delle radiazioni, l'alito dei cerchi che girano.

     Odo il passaggio di misteri e il respiro di mostri. Soltanto sopra tono, o sotto tono. La collisione con la realtà offusca la mia visione e mi sommerge nel sogno. Sento la distanza come una ferita. Si srotola davanti a me come una passatoia sui gradini di una cattedrale per un matrimonio o un funerale. E' srotolato come un tulle cremisi tra me e gli altri , ma non posso camminarci sopra senza sentirmi impacciata, come accade a chi partecipa ad una cerimonia. La cerimonia di camminare su una passatoia srotolata fino alla cattedrale in cui si svolge una cerimonia a cui sono estranea. Io non mi sposo né muoio. E la distanza tra la folla, tra gli altri e me, si allarga sempre più.




     La distanza. Non ho mai camminato sulla passatoia fin dentro alla pienezza della vita della folla, fin dentro alla musica vera e all'odore degli uomini. Non ho mai assistito a un matrimonio o a un funerale. Mi è tutto accaduto nel campanile dove ero sola col suono assordante delle campane che chiamavano con voci metalliche o nella cantina in cui rodevo le candele o l'incenso accantonati con i topi.

     Non posso essere certa di eventi e di luoghi, solo della mia solitudine. Ditemi cosa dicono di me le stelle. Ha forse Saturno occhi di cipolle che che piangono senza sosta? Ha forse Mercurio piume di pollo sui talloni, e Marte indossa forse una maschera antigas? La costellazione dei Gemelli, i gemelli evoluti, si evolve di continuo, girando su un punto, i gemelli à la broche?

     C'è una crepa nella mia visione e la follia vi precipiterà sempre dentro. Piegati su di me, al capezzale della mia follia, e lasciami stare in piedi senza grucce.

     Sono una donna pazza a cui le case fanno l'occhietto e spalancano il ventre. Il significato mi fissa da ogni dove, come una gigantesca spettralità sottesa. Il significato emerge da vicoli umidi e volti aggrondati, si sporge dalle finestre di strane case. Non faccio che ricostruire un modello di qualcosa perso per sempre e che non posso dimenticare. Colgo gli odori del passato agli angoli delle strade e ho coscienza degli uomini che nasceranno domani. Dietro alle finestre ci sono dei nemici o degli adoratori. Mai la neutralità o la passività. Sempre l'intenzione o la premeditazione. Perfino le pietre hanno per me espressioni druidiche.

     Cammino sempre davanti a me stessa in una perpetua attesa di miracoli.

   Sono impigliata nella rete delle mie menzogne, e voglio venir assolta. Non posso dire la verità perché ho sentito teste d'uomini nel ventre. La verità sarebbe dispensatrice di morte e io preferisco le favole. Sono avvolta in menzogne che non riescono a penetrarmi l'anima. Quasi che le mie menzogne fossero dei costumi. Il guscio del mistero può spezzarsi e riformarsi in una notte. Ma nel momento in cui entro nella caverna delle mie menzogne finisco nell'oscurità. Vedo un volto che mi fissa con lo sguardo di un uomo strabico.

     Ricordo il freddo sulla gelida ammoniaca di Giove e fuori dai cristalli d'ammoniaca balzarono gli angeli. Fasce di ammoniaca e di metano circondano Urano. Ricordo i tornadi di metano infiammabile su Saturno. Su Marte ricordo una vegetazione come l'erba piumosa del Perù e della Patagonia, un rosso ocraceo, una vegetazione di un ruggine ferroso, muschi e licheni. Ferro che produce argille rosse e arenaria rossa. La luce lì aveva un suono e la luce del sole era un' orchestra. 

 



Tratto da "La Casa dell'Incesto" di Anais Nin, traduzione di Carlo Alberto Corsi. Ugo Guanda Editore, Milano 1979.



Mxp, quota -5,22