uno dei due è l'altro

uno dei due è l'altro

lunedì 19 dicembre 2016

La fine del mondo per il Pd, l’Italia in crisi a sua insaputa








La fine del mondo, ovvero: l’assemblea nazionale del Pd che incorona in trionfo il suo sovrano, Matteo Renzi, già tornato in cabina di regia dopo aver solennemente promesso che avrebbe lasciato la politica, in caso di sconfitta al referendum. Proprio la speranza di cancellarlo dagli schermi, trasversale a vari settori dell’elettorato, cominciando dai giovani, era stata la molla principale, per milioni di elettori, risoltisi a votare No.

Tutto inutile, come da copione: Gentiloni a Palazzo Chigi insieme alla Boschi, e Renzi ancora lì. Soprattutto: è ancora lì il Pd, straordinario autoscatto di quest’Italia che sarebbe in crisi “a sua insaputa”. Dal palco romano dove si alternano i relatori è perfettamente inutile sperare di ascoltare parole spendibili per il paese, a parte le rituali e irrilevanti autocritiche sulle difficoltà del partito come macchina di consenso.

Qualche accenno allo stato dell’arte proviene da esponenti come Cuperlo e Damiano, ma l’unico che fornisce una visione prospettica è il dinosauro Piero Fassino: la nostra, dice, è stata una sinistra cresciuta nel ‘900, nel fordismo, e oggi non difende più nessuno, non serve più. Fassino sfiora addirittura la verità dell’euro e dell’Ue, ma solo per ricordare quanto fu brava, la sinistra prodiana, a mobilitare gli italiani per convincerli ad affrontare i sacrifici necessari a entrare nel club della moneta unica.

A chi chiede timidamente se sia il caso di celebrare un congresso, creando così lo spazio necessario per sviluppare una riflessione profonda, Renzi risponde che non è ancora tempo di congressi, perché l’agenda richiede altre urgenze, la legge elettorale, le elezioni anticipate. Non è più epoca di congressi, da tempo: Forza Italia ha sempre e solo inscenato assemblee plebliscitarie, celebrative del Capo, e Grillo non è mai andato oltre i Vaffa-Day o le consultazioni online. Niente congressi, niente confronto di idee, nessuna analisi indipendente.

Meglio correre, ferocemente divisi, nella stessa direzione: il baratro. Lo dimostra, una volta di più, la mancanza di timonieri alla guida del grosso barcone del Pd, una ciurma di naufraghi spaventati da quello che chiamano populismo, senza però riuscire a spiegarsi l’origine del fenomeno che – riconoscono – sta scuotendo come un brivido l’intero Occidente. Di tutto è lecito di parlare, tranne che di politica. Lo dice lo stesso Renzi, l’unico politico capace di auto-accusarsi di aver “politicizzato” il voto («la mia colpa non è stata la personalizzazione del referendum», dice, «ma la sua politicizzazione»).

«Con questi dirigenti non vinceremo mai», sentenziò Nanni Moretti nel 2002, un milione di anni fa, pensando alla sua squadra di brocchi – D’Alema, Veltroni – e alla corazzata da battere, quella del Cavaliere. Ben lungi, Moretti, dall’intuire che il problema non era nemmeno la squadra, ma il campionato. Ci sono voluti anni, ma poi l’allenatore il suo campione l’ha messo in campo: solo che al massimo vince Renzi, non l’Italia.





E Renzi è uno che vince comunque, anche quando perde, visto che di fronte non ha più nessuno. Non mantiene mai la parola data? Vero, ma anche questo è secondario: Renzi non ha mai nemmeno lontanamente sfiorato, neppure a parole, la verità nella quale è sprofondata l’Italia dopo che la sua classe dirigente, come ricorda Fassino, l’ha iscritta nel prestigioso campionato europeo del rigore e dell’austerity, dell’agonia del welfare, della morte della sovranità e quindi dell’economia.

Nel Renzi-day, il Pd attacca la crisi romana dei grillini, il collasso politico della capitale dove – nessuno lo ricorda – fu proposto l’ingresso in municipio di un economista eretico come Nino Galloni, con in testa (lui sì) una soluzione per uscire dalla grande crisi inutilmente evocata da Fassino, la crisi che sta travolgendo l’Italia “a sua insaputa”, o almeno a insaputa di un partito che ancora acclama Renzi, così come i grillini acclamano Grillo. Il problema è ancora e sempre il leader, la squadra, e non il campionato? Se è così, i sabotatori dell’Italia possono dormire sonni tranquilli.





giovedì 15 dicembre 2016

Per una teologia del castigo






Nell'Antico Testamento le sciagure sono il castigo riservato agli empi. Così i Proverbi:

Non giunge al giusto alcun malanno, gli empi invece son pieni di mali. (Pr 12,21)

O il Siracide:

Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico. (Sir 38,15)

Nei Vangeli, invece, Gesù si intrattiene coi lebbrosi e guarisce gli infermi. E ai suoi insegna:

O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico. (Lc, 13,4-5)

L'idea che le disgrazie scaturiscano dalla trasgressione di un codice etico è delle due la più antica, essendo anche la più primitiva. In essa agisce non tanto la volontà di dare un ordine razionale a ciò che ci appare arbitrario, ma piuttosto l'illusione teleologica e consolatoria di una giustizia intellegibile - corrispondente cioè alla norma etica del momento - che governerebbe i destini degli uomini.

Vieppiù consolatoria - e quindi appagante, e quindi responsabile del suo successo - è la sua inversa funzione giustificante: se la disgrazia colpisce i peccatori, allora io che non ne sono colpito sono un giusto. E in quanto giusto, a me non può succedere. È difficile resistervi. Se Tizio muore prematuramente ci preoccupiamo di sapere se conducesse stili di vita sbagliati. Se è vittima di un incidente ci auguriamo sia stato imprudente, non sfortunato. In quanto ai poveri, giova sempre sapere - o immaginare - che non lavorano perché assenteisti o sfaticati, che si drogano, delinquono, frequentano compagnie sbagliate, non si lasciano aiutare ecc. Che se la sono cercata.





Per quanto umana e parto dell'umana fragilità, la colpevolizzazione delle vittime è però la deriva mentale non solo più ingiustificata e ripugnante, ma anche la più pericolosa:


1.perché nell'offrire una finta causazione alla portata di tutti ostacola la ricerca delle cause naturali e quindi l'avanzamento delle conoscenze;

2.perché celebra nelle ingiustizie i correttivi di una società che piace credere dura ma giusta, alimenta la fede nello status quo, fa delle opposizioni e delle lotte per l'avanzamento sociale un fastidio;

3.perché esclude la compassione: se chi subisce il male sconta i propri errori, non bisogna compiangerlo ma anzi trarne soddisfazione per la giustizia che vi si compie e la conferma della propria immunità. Non è però qui un problema di buon cuore, essendo piuttosto l'immedesimarsi nei problemi altrui un razionalissimo motore di civiltà: i sani curano gli infermi nella prospettiva di ammalarsi, i giovani aiutano i vecchi nella prospettiva di invecchiare, chi sta in alto tende la mano a chi sta in basso nella prospettiva di cadere. Il moralismo, all'inverso, ci restituisce al mondo delle bestie per altra via.

4.perché nel giustificare il male giustifica la violenza. I genocidi, le oppressioni e le stragi in grande scala sono tutti preceduti da una demonizzazione etica delle vittime per rendere accettabile l'enormità di quei fatti. I crimini per interesse restano circoscritti all'obiettivo, quelli a cui si dà il nome di giustizia non hanno invece limiti, né remore, né decenza.

Si immaginerebbe che la modernità abbia fatto i conti con queste devianze. In fondo millenni di filosofia e secoli di scienza non hanno dato una definizione univoca di libero arbitrio, né hanno dimostrato che esista. Pare comunque unanime che se gli individui fossero liberi di scegliere, e quindi di sbagliare, e quindi di meritare un castigo, questa libertà - posto che esista - sarebbe confinata in un margine infinitamente più ristretto di quanto non ci suggerisca il senso comune.

Nel dubbio possiamo quindi salvare convenzionalmente il concetto per formulare giudizi, educare la prole, amministrare la giustizia ecc. ma dovremmo avere la decenza intellettuale di non farne una priorità causale.

Accade invece il contrario, e anzi di peggio: che oggi la trasgressione etica come causa efficiente e prevalente delle sciagure umane non sia attribuita solo agli individui - che già sarebbe aberrante - ma a intere comunitàgli italiani, i greci, gli imprenditori, i giovani. Che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, che non pagano le tasse, che corrompono e si fanno corrompere, che accumulano debiti, che non sanno competere, che rifiutano il progresso, che chiagnono, fottono e non vogliono prendere la medicina. E ne scontano quindi il castigo.




È il principio della pena collettiva, che esce dalla porta dei diritti umani e rientra dalla finestra dei diritti economicamente sostenibili. O della Vergeltung, la rappresaglia nazista che si rivergina nel giro di pochi decenni. In questo caso però con le vittime impegnate non a denunciarne l'orrore ma a rivoltare le proprie fila per consegnare al boia i fratelli: i vecchi troppo agiati, gli impiegati troppo tutelati, i giovani troppo viziati, gli evasori, i populisti, gli xenofobi, gli avari, gli egoisti, i corrotti. Finché, parafrasando un noto paradosso, non resterà loro che consegnare sé stesse.

Purtroppo questi deliri anche lessicalmente puerili (ne abbiamo abbozzata una fenomenologia qui) non rimangono confinati nel basso ventre della superstizione e del ritardo mentale, come dovrebbero, ma permeano il discorso politico fino ai suoi vertici. Con il duplice effetto di chiudere la via a un'analisi razionale delle cause per risolvere i problemi a cui si allude (v. punto 1) e di impedirci di vedere nella disgrazia degli altri il presagio della nostra (v. punto 3). Così ad esempio i giornalisti di un noto quotidiano economico che, avendo invocato la falce dei mercati nel 2011, ne assaggiavano il filo nel 2016. Cose che capitano se quando sale l'acqua in terza classe, nel salone delle feste si brinda a tutta pagina invece di denunciare la falla.

Il moralismo è il rifugio più penoso. Perché a qualsiasi altezza della catena ragionativa offre una via di fuga per attribuire la responsabilità delle proprie decisioni e analisi fallimentari a chi le subisce. Di quella catena è l'anello maleodorante, ciò che la rende feccia, superstizione, passe-partout dialettico alla portata di ogni pecora che, per un giorno, vuole farsi leone affondando i denti nella carne dei moribondi. Fosse anche la sua.

Nell'illusione di responsabilizzare gli altri, le interpretazioni morali deresponsabilizzano chi ne fa uso esonerandolo dal capire e agire secondo ragione. Anche perché, in una retorica cristallizzata come un catechismo dove a ogni male corrisponde il suo peccato, non c'è più niente da inventare. Si consideri il capitolo dedicato alle crisi. Semplice, diretto, universale - a prova di scimmia (ポカヨケ):


Subiamo la crisi...
Per colpa...
... economica

... della Prima Repubblica spendacciona, degli amministratori spreconi
... finanziaria
... dei banchieri avidi
... occupazionale

... dei giovani comodi e accidiosi, degli apprendisti esosi, dei vecchi viziati e fannulloni
... produttiva
... degli imprenditori pavidi e piagnoni
... migratoria
... degli italiani razzisti
... delle finanze     pubbliche
... dei furbetti dello scontrino

... dei servizi         pubblici
... dei corrotti

... dell'Europa
… dell'egoismo tedesco
... della politica
... del populismo
  

Questa rogna prospera anche perché aggredisce gli anticorpi che la dovrebbero contenere, cioè la logica e il pensiero scientifico, quest'ultimo infiltrato e piegato non già a ricercare le cause storiche, politiche, aritmetiche dei problemi, ma a ripresentarne circolarmente gli effetti per dimostrarne la natura peccaminosa. I meridionali stanno peggio? Quindi sono peggiori. I giovani non lavorano? Quindi non ne hanno voglia. L'Italia va male? Quindi ci si comporta male. Applicazioni che non differiscono in nulla dalle più famose craniometrie apologetiche dell'arianesimo.





Chi poi non fosse d'accordo, chi proponesse di sostituire la logica e i precedenti storici alla morale delle fiabe è invece complice del declino. Giustifica i peggiori, si direbbe. Ne fa senz'altro parte anche lui.

Abbattuta così ogni barriera immunitaria, il morbo si fa onnipotente e dal discorso si insinua nell'agire, paralizzandolo. La politica smette l'ambizione di tradurre le soluzioni in regole e si dà a quella, millenaristica e grottesca, di fustigare il vizio, amministrare l'espiazione, redimere le moltitudini. Nascono partiti e correnti per promuovere l'onestà, combattere l'odio, predicare la solidarietà e l'accoglienza, sanzionare gli egoismi (al plurale). Si prefiggono, nientemeno, di cambiare la mentalità dei popoli. Sono idealisti, predicatori, pedagoghi, psicoterapeuti, maestre d'asilo - tutto fuorché servitori di una res publica che deve anzi servire le loro visioni, essere all'altezza dei sogni che li invasano.

Questa inversione - la stessa del folle che pretende di ruotare il pianeta per avvitare un bullone - certifica l'impotenza della politica, cioè la sua morte. O per meglio dire, la perverte in qualcosa che è al tempo stesso nuovo e primordiale. Ne fa una casta sacerdotale, il middle layer di una teocrazia laica i cui dèi non posseggono la sostanza della divinità ma ne usurpano gli attributi: i grandi investitori, le banche centrali, i decisori non eletti, le commissioni e i patti transnazionali, le agenzie di rating e tutti coloro che, in forza di un'indipendenza ordinamentale sciaguratamente negletta dai più, rispondono solo al proprio capriccio.

Alla politica in senso lato (e quindi anche ai mezzi di informazione) spetta il compito etimologicamente re-ligioso di mediare la volontà degli pseudo-dèi, difenderla dalla blasfemia di chi vi si oppone, imporla e predicarla ai fedeli traendone una norma etica e un corollario di dogmi, feticci e virtù cardinali: competizione, produttività, libertà dei commerci, internazionalismo, intraprendenza, digitalizzazione... Ma più ancora deve nasconderne i danni dietro la cortina teologica del castigo e riversarne la responsabilità su un popolo indegno, irriconoscente e immaturo: "… ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo" (ibid.).


Un castigo giusto e meritato, si intende, sicché nessuna soglia è inaccettabile: nemmeno il sacrificio umano - salvo chiamare diversamente i suicidi e le morti premature che, in Grecia come altrove, hanno spento decine di migliaia di vite per compiacere gli autarchi di mammona: gli dèi abusivi, gli antagonisti della divinità (Lc 16,13).

È fanatismo religioso, con l'aggravante di prostrare le masse a creature del fango e non del cielo, la cui forza sta tutta nella follia di chi ci crede e di chi, smarrito il giusto, lo cerca nella disgrazia degli altri.






martedì 13 dicembre 2016

"Le parole incrociate" di Roberto Roversi (e Lucio Dalla)


Galileo Chini





Chi era Bava il beccaio? Bombardava Milano;
correva il Novantotto, oggi è un anno lontano.
I cavalli alla Scala, gli alpini in piazza Dom.
Attenzione:
cavalleria piemontese, gli alpini di Val di Non.


Chi era Humbert le Roi? Comandava da Roma;
folgore della guerra, con al vento la chioma.
La fanteria stava a Mantova, i bersaglieri sul Po.
Attenzione:
fanteria calabrese, i bersaglieri di Rho.


E chi era Nicotera, ministro dell’interno?
Sole di sette croci e fuoco dell’inferno.
All’Opera il Barbiere, cannoni a Mergellina.
Attenzione:
spari capestri e mazze dalla sera alla mattina.


Di pietra non è l’uomo
l’uomo non è un limone
e se non è di pietra
non è carne da cannone.

Cavallo di re
la figlia di un re
l’ombra di un re
e la voglia di un re.
Soltanto chi è re
può contrastare un re.
Il gioco dei potenti
è di cambiare se vogliono
anche la corsa dei venti.


E i limoni a Palermo? Pendevano dai rami,
coprendo d’ombra il sangue di poveri cristiani.
Chi era Pinna? Un questore, a Garibaldi amico.
Attenzione:
fucilazioni in massa, dentro al castello antico.


E la tassa sul grano? Tutta l’Emilia rossa
s’incendia di furore e brucia nella sommossa.
Stato d’assedio, spari, la truppa bivacca.
Attenzione:
lento scorreva il fiume da Cremona a Ferrara.


Che nome aveva l’acqua trasformata in pantano?
Macello a sangue caldo di popolo italiano.
Un’intera brigata decimata sul posto.
Attenzione:
i soldati legati agli alberi, agli alberi del bosco.


L’uomo non è di pietra
l’uomo non è un limone
poiché non è di pietra
neppure è carne da cannone.
Quando la vecchia
carne voleva
il macellaio
fu presto impiccato;
e un re da cavallo
è anche sbalzato
e in mezzo al salnitro
precipitato,
come al tempo
del grande furore
quando il vecchio imperatore
a morte condannava
chi faceva l’amore.

Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d’Italia c’è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.







mercoledì 7 dicembre 2016

L’ultima speranza dell’élite italiana è andata (e con lui l’euro)







Dopo la netta ed inequivocabile sconfitta referendaria, un 60-40 reso ancora più doloroso dall’affluenza record, Matteo Renzi ha annunciato l’intenzione di dimettersi. Molti commentari ragionano sulle cause circostanziali del voto referendario: la disfatta del premier era in realtà una “necessità storica” e si inquadra nel più ampio disfacimento della Seconda Repubblica che ha traghettato l’Italia nella moneta unica. La relativa calma con cui è stata accolta la vittoria del “no” ed il boom di Piazza Affari del 6 dicembre indicano che lo scenario di un governo che termini la legislatura, scongiurando così le elezioni anticipate, è sempre più concreto: i problemi che erano sul tavolo il 3 dicembre, sono però ancora lì. Il momento della verità si avvicina.





L’epilogo di Renzi era scontato. Quello dell’euro, pure.

Antipatico; saccente; arrogante; spocchioso; vacuo. Le ragioni della sconfitta di Renzi devono essere cercate nel suo carattere? Troppo legato alla sua cerchia di amicizie toscane; troppo intimo delle banche, dei salotti buoni, della Confindustria. È la gestione elitaria dell’esecutivo, la causa della disfatta di Renzi? Troppo distante dalla realtà del Paese; troppo legato alla favola “dell’Italia che riparte”; troppo ossessionato dai “segni più” all’economia. È un’errata “narrazione” (termine che rimarrà per sempre legato all’epoca renziana) il motivo della sua batosta elettorale? Divisivo; indebolito dalle beghe di partito; dimezzato dalle faide interne. Sono i malumori interni al Partito Democratico l’origine della sua debacle?


Le analisi, dopo l’inequivocabile 60-40 che ha affondato la riforma Boschi, reso ancora più pesante dall’affluenza record, abbondano. Giornalisti, commentatori, politici discutono sul perché “il rottamatore” è andata a schiantarsi contro il muro del voto, al primo, vero, appuntamento elettorale che ha affrontato. E sono analisi accompagnate da un certezza e da un invito: Renzi non uscirà dalla scena politica, anzi, potrebbe anche restare, come se nulla fosse. Già l’ex-premier Mario Monti, ben introdotto negli ambienti “cosmopoliti”, aveva sollecitato Renzi a non abbandonare in ogni caso Palazzo Chigi. Oggi tocca a Ferruccio De Bortoli che, nella veste di ex-direttore del Corriere della Sera è stato ed è tuttora intimo dei salotti “illuminati”la sconfitta è bruciantema il buon senso suggerisce che Renzi non lasci subito.” 1 “Non è successo nulla! Non fare pazzie, resta con noi…” è il messaggio lanciato dai poteri forti.


In passato abbiamo già scritto diverse analisi sulla parabola discente di Matteo Renzi, quando i maggiori media e commentatori politici ne tessevano ancora le lodi: cominciammo nell’aprile 2015 con l’articolo “Parabola di un falso capo carismatico”; proseguimmo a distanza di un anno con “Renzi a vuoto. L’ultimo colpo in canna: l’M5S”; siamo tornati sull’argomento un mese fa con il pezzo “L’Italia dopo Trump: l’establishment attende inquieto la fine”. La sua caduta era così certa che, una settimana prima del voto, abbiamo persino previsto nell’articolo “Il No supererà qualsiasi sondaggio” l’entità della sconfitta cui il premier andava incontro: quel 60-40 poi uscito dalle urne.





Avevamo così a lungo studiato il logoramento del premier, inquadrandolo soprattutto in contesto storico-politico più ampio, da non avere nessun dubbio che Matteo Renzi sarebbe uscito perdente dalla consultazione del 4 dicembre: la sua sconfitta era, in un certo senso, una “necessità storica”. Doveva verificarsi e, in caso contrario, avrebbe rappresentato una stonatura nello spartito, una pagina mancante nel libro. La disfatta del premier Renzi si inquadra, infatti, nel più vasto movimento di ribellione dei popoli contro le élite, della classe media contro l’1% della popolazione, delle Nazioni contro le entità sovranazionali: è il sommovimento che, nell’arco di soli sei mesi, ha mietuto illustri vittime come Barack Obama, Hillary Clinton, David Cameron, François Hollande, etc. etc.


Calata nella realtà italiana, questa dinamica internazionale si sta concretizzando nel disfacimento sotto i colpi del “populismo” della Seconda Repubblica, quella che dal 1992 in avanti ha indissolubilmente legato le sue fortune alla moneta unica ed al processo d’integrazione europea.


Matteo Renzi, venduto all’opinione pubblica come “rottamatore”“homo novus” estraneo alle vecchie logiche di potere, altro non è stato che l’estremo tentativo della Seconda Repubblica di scongiurare il drammatico (ed inevitabile) esito finale: il dissesto finanziario e l’uscita dall’eurozona. Coltivato in provetta come quasi tutti i leader europei di questo ultimo decennio, sponsorizzato da Israele e dagli Stati Uniti (e di riflesso dalla cancelliera Angela Merkel), gradito ai potentati locali (gli Agnelli-Elkann, i Berlusconi, i De Benedetti, etc. etc.), l’ex-sindaco di Firenze è stato  l’incarnazione del celebre motto del Gattopardo: “tutto deve cambiare, perché tutto resti come prima”.


Si installa a Palazzo Chigi un graffiante e giovane premier che grida ai quattro venti di volere abolire le province, il CNEL e tagliare i costi della politica, ma intanto attua politiche di svalutazione interna (“le riforme strutturali”) e privatizzazioni, indispensabili per tenere l’Italia agganciata alla moneta unica. Non a caso, il Financial Times lo definisce già nel 2015 come “l’ultima speranza delle élite italiane”, perché dal suo successo “riformatore”, ossia dall’attuazione di quelle politiche lato offerta caldeggiate dalla Troika, dipende la permanenza dell’Italia nell’eurozona: ciò spiega perché l’intero establishment italiano, dalla Confindustria alla Chiesa Cattolica, dal Corriere della Sera a La Repubblica, si è stretto attorno al premier. La posta in gioco era la salvaguardia di interessi e di assetti consolidati da decenni.





Come l’eurozona è inevitabilmente vocata all’implosione, così era però inevitabile che l’esperienza di Matteo Renzi terminasse con un clamoroso fallimento. È tutto, tranne che casuale, che il premier sia caduto nel vano tentativo di approvare una riforma costituzionale “suggerita” dal trio BCE-UE-FMI. La disfatta di Matteo Renzi era in certo senso scritta nelle stelle: la spocchia del premier, le sue amicizie con miliardari e banchieri, le faide interne al PD, sono accidenti, elementi cioè legati alla situazione contingente. La sostanza della sua disfatta deve essere cercata nel fallimento della moneta unica, dell’Unione Europea e dell’economia neoliberista sottostante: mille giorni di governo “europeista” hanno logorato Renzi a tal punto da rendere scontato il rigetto da parte dell’elettorato.


Tutto l’establishment euro-atlantico si è speso per il referendum costituzionale: Romano Prodi, Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Barack Obama, Jean-Claude Juncker, Wolfgang Schäuble, etc. etc., hanno unanimemente espresso il loro sostegno alla riforma Boschi. È difficile dire quanti però scommettessero sulla sua effettiva approvazione alle urne: l’editoriale del The Economist del 26 novembre, “Why Italy should vote no in its referendum”, si può collocare ad esempio nell’ottica di una sconfitta preannunciata e certa.


La City e Wall Street, avendo a disposizione buoni sondaggi, sapevano che il 4 dicembre avrebbe trionfato il “no” e, per nulla allarmate dalla prospettiva, hanno promesso l’immunità all’Italia sui mercati finanziari, in cambio della formazione di un docile e malleabile esecutivo che traghetti il Paese sino alle elezioni del 2018, senza disturbare così le fondamentali elezioni politiche che si svolgeranno in Francia e Germania tra la primavera e la tarda estate:

“What, then, of the risk of disaster should the referendum fail? Mr Renzi’s resignation may not be the catastrophe many in Europe fear. Italy could cobble together a technocratic caretaker government, as it has many times in the past. If, though, a lost referendum really were to trigger the collapse of the euro, then it would be a sign that the single currency was so fragile that its destruction was only a matter of time.”



Ciò spiega la relativa calma a Piazza Affari cui si è assistito lunedì 5 dicembre: appena resi i noti i risultati del referendum, l’euro è affondato nelle borse asiatiche. Quando però è entrata in azione Londra, la moneta unica ha velocemente riacquistato il terreno perduto e gli indici azionari italiani hanno chiuso con danni limitati. Il boom sui listini cui è assistito il 6 dicembre (Piazza Affari ha chiuso in rialzo del 4%), indica che i “mercati” hanno ormai la certezza che lo scenario delle elezioni anticipate è scongiurato e si va verso un governo tecnico o politico che porterà a termine, senza gesti inconsulti e brividi elettorali, la legislatura.


Ne deriva che i presunti propositi del premier di ottenere il prima possibile l’approvazione della legge di bilancio, così da indire le elezioni già a febbraio 2017saranno frustrati: gli inviti di Ferruccio De Bortoli a comportarsi responsabilmente ed a non rovesciare il tavolo, le indiscrezioni circolate nella mattina del 6 dicembre circa i progetti di Renzi per un “anno sabbatico” negli Stati Uniti2, ed infine l’esclusiva apparsa nel tardo pomeriggio sull’Huffington Post, secondo cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella considererebbe “inconcepibili le elezioni anticipate3, indicano che, nonostante le dichiarazioni del premier dimissionario, i preparativi per un governo che termini la legislatura sono in stato avanzato.


Tutto fila liscio quindi? I listini azionari potranno inanellare nuovi rialzi, grazie ad un governo Padoan, Gentiloni o Franceschini?
No, perché i problemi di fondo dell’Italia, quelli che hanno bruciato nell’arco di mille giorni l’enorme capitale politico iniziale di Matteo Renzi (enorme, perché media e governi stranieri lo hanno costantemente alimentato sin dall’inizio) sono ancora sul tavolo: si tratta delle folli ricette per cercare di tenere l’Italia agganciata all’eurozona. Come abbiamo sovente sottolineato nei nostri articoli, anni di recessione economica e di austerità hanno minato alle fondamenta il sistema bancario italiano, afflitto oggi da 200 €mld di sofferenze e da una cronica carenza di capitale: Monte dei Paschi di Siena ed Unicredit sono, in particolare, i dossier più bollenti di queste settimane.






I dilemmi del prossimo governo sono quindi gli stessi che avrebbe dovuto affrontare l’esecutivo Renzi e pochi analisti seri possono affermare che una nuova costituzione avrebbe facilitato la loro soluzione: applicare il bail-in, come previsto dalle normative europee entrate in vigore il primo gennaio 2016 ed aggravare così la recessione, o entrare con denaro pubblico nel capitale delle banche, dimostrando così per l’ennesima volta che le regole di Bruxelles, che si tratti di bilanci statali o di salvataggi bancari, non reggono alla prova dei fatti?


È una questione impellente, perché l’operazione per l’aumento di capitale di Monte dei Paschiquei 5 €mld di cui l’istituto ha disperatamente bisogno, sta volgendo al peggio: la conversione volontaria delle obbligazioni in capitale si è rivelata un fiasco (1 €mld), il fondo sovrano del Qatar si è sfilato e con lui il “Consorzio” di banche private che avrebbero dovuto garantire l’aumento. Si vocifera in questi giorni di un possibile salvataggio pubblico in base alla normativa in vigore fino al 31 dicembre 2015 (il cosiddetto“burden sharing”), in aperta violazione4 quindi del bail-in, attivo da gennaio e già applicato in Austria sulla Heta Asset Resolution AGCome reagirebbero la commissione europea ed i falchi tedeschi?


Senza contare che il quadro macroeconomico, dalla crescita anemica alla disoccupazione a dure cifre, dall’impoverimento della famiglie al debito pubblico record, è sempre più fosco e non è difficile immaginare cosa accadrà quando i tassi delle banche centrali (a metà dicembre la FED, a marzo la BCE) dovessero iniziare a salire: il denaro facile defluirebbe dai titoli di Stato, facendo esplodere in poche ore i differenziali tra Bund e Btp.






Il prossimo governo italiano ha quindi dinnanzi a sé tutte le criticità già note il 3 dicembre: “Volker Wieland, consigliere di Angela Merkel: l‘Italia chieda aiuto all’Esm“5 si può leggere a distanza di due giorni dalla bocciatura del referendum costituzionale. Arrivati al 6 dicembre, il governo tedesco non ha più nessuna necessità di tacere sulle condizioni economiche dell’Italia per assecondare Renzi; come l’Eurogruppo, superato il referendum, non si è più fatto scrupoli a chiedere una manovra aggiuntiva a Roma per rientrare nei parametri del Patto di Stabilità6. Altre tasse, altri tagli alla sanità, altre privatizzazioni? Od un commissariamento tout court da parte della Troika UE-BCE-FMI? E poi perché? Per allungare di qualche altro anno ancora le sofferenze di una società già stremata e (pericolosamente) insofferente?


È quasi certo che le dimissioni di Matteo Renzi non comporteranno le elezioni in primavera e si vada, per la felicità del The Economist e dei mercati finanziari, verso un governo tecnico o “politico” che traghetti l’Italia sino al 2018: ciononostante, la resa dei conti si avvicina e lo scenario di un’implosione dell’eurozona è ormai apertamente contemplato nel mondo finanziario e politico. Quando il premier-cazzaro tornerà dal suo anno sabbatico negli Stati Uniti, difficilmente cambierà i dollari in euro.




1http://www.huffingtonpost.it/2016/12/06/de-bortoli-renzi_n_13451008.html
2https://www.lastampa.it/2016/12/06/italia/speciali/referendum-2016/renzi-adesso-tentato-dallanno-sabbatico-voglio-togliermi-di-torno-kATY6fBnabLNA3whmz5BoN/pagina.html
3http://www.huffingtonpost.it/2016/12/06/sergio-mattarella_n_13458774.html?utm_hp_ref=italy
4https://www.bancaditalia.it/media/approfondimenti/2016/d-e-r-quattro-banche/#faq8761-13
5http://www.huffingtonpost.it/2016/12/06/volker-wieland-esm_n_13453694.html
6http://www.repubblica.it/economia/2016/12/05/news/referendum_la_via_al_posto_di_padoan_a_bruxelles-153486764/







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