uno dei due è l'altro

uno dei due è l'altro

mercoledì 2 dicembre 2015

Fela Kuti & Afa Ojo (“La signora della pioggia”) *



1. Afa Ojo “La signora della pioggia”

Una volta il mio nome era Funmilayo Anikulapo-Kuti. Per voi mortali sono morta a Lagos il 13 aprile del 1978, all’età di settantotto anni. Che significato possono mai avere ora, per me, questa data e questo nome? Nel momento stesso in cui la mia anima si è liberata dalla carcassa di carne, ossa e viscere, ha assunto la forma di uno Spirito e nel giro di poche ore il mio corpo si è decomposto ed è stato divorato dai vermi, io ero finalmente libera. Ora sono uno Spirito: Afa Ojo (“la signora della pioggia”). La mia dimora, l’Universo dei Nove Domìni, non conosce corpo, tempo né distanza. Nulla è temporale. Per me esiste solo la sostanza. La sostanza è Spirito, la vera vita, 
ciò che non morirà e non decadrà mai. 




Di rado scendo in mezzo ai mortali. Solo una supplica insistente può costringermi e allora entro in un corpo dall’anima pura. Coloro che hanno afferrato il senso della propria vita sulla terra, solo essi possono ricevermi. Agli Spiriti non piace essere disturbati per delle sciocchezze. È stato Akwete (1) a chiamarmi, egli è uno di quei rari esseri umani che conosce i miei ofo (“preghiere magiche”), il mio nome vero, i miei colori preferiti, i canti, il numero e l’intonazione dei batà (2) , le libagioni di cui ho bisogno e gli animali da sacrificare affinché io possa “discendere” tra i mortali. Incatenati come siete ai vostri corpi deperibili, perseguitati dalla paura della morte, circondati da burroni di ignoranza, vivendo solo il presente e il passato, cosa mai potete capire voi mortali? 


Vi dirò dunque di queste catene. Il presente. Il passato. Categorie inutili quanto artificiali, parole senza alcun senso: secoli, decadi, anni, mesi, settimane. O ancora giorni, ore, minuti, secondi… granelli di sabbia che scorrono dentro ad una clessidra, mostrando l’inevitabile invecchiare del corpo. Il corpo. Questa entità su cui i mortali investono ogni loro speranza. Oggetto di ammirazione e invidia, fonte di avidità, odio, violenza e paura. Paura di essere appena una macchiolina di polvere nel vasto universo degli Spiriti. Paura di non essere più. È così che i mortali vivono, angosciati dallo spettro della morte del corpo, ossessionati dal fisico, ossessionati dalla morte. La loro è una ricerca della totalità, chi più di loro vuole a ogni costo sapere tutto? Dominare tutto? E per che cosa poi? Quella assurda ricerca della saggezza e quella mania di rinchiudere tutto in categorie? Il sapere, la maestria e la conoscenza sono alla portata di ognuno. La saggezza no. Può raggiungerla solo chi ha imparato che l’abbandono del corpo è l’inizio della vera vita. Ma cosa credete mai di trovare di interessante nelle parole di uno Spirito? Perché evocare ciò che si nasconde oltre l’accessibile? 
Non è forse stato per parlare a mio figlio che Akwete mi ha invocato? 



Ah, mortali! Preferite soffermarvi sul passato – quello che è stato, ciò che non può più essere cambiato – piuttosto che contemplare il futuro – quello che diventerete. Ma cosa importa? Lasciate che vi racconti allora di quel figlio il cui primo nome significa “Colui che emana grandezza”… Quando nacque il mio quarto figlio, Fela, il mio nome era Funmilayo Ransome-Kuti. La primogenita era stata una femmina, le avevamo dato il nome Oluwadolupo (“L’essere supremo ha messo assieme tutte le cose buone”), ma la chiamavamo tutti “Dolu”. Poi fu la volta di nostro figlio Olikoye (“Colui che otterrà molti riconoscimenti”), che chiamavamo “Koye”. Il loro padre era felicissimo, per noi Yoruba la nascita di un figlio maschio è sempre accolta con gioia, mentre quella di una figlia assume meno importanza. Così la sua felicità fu completa quando, nel 1935, nacque il secondo figlio. Quella volta lasciammo che fosse un tale missionario tedesco ad Abeokuta a scegliere il nome del bambino e che ne divenisse lui stesso il padrino.
 Lo chiamò Hildegart



Nessuno di noi conosceva il significato di quel nome e ben presto avremmo pagato caro per il nostro errore. Oh, Olódùmarè! Perdonaci! Due settimane dopo la sua nascita, all’improvviso, Hildegart morì. Un Babaláwo (3) di Abeokuta, che consultai di nascosto, mi disse che sarebbero passati ben tre anni, dopodiché sarei tornata di nuovo fertile e Olórun (4) mi avrebbe concesso un altro figlio. Ma per tre anni il mio grembo sarebbe rimasto sterile! Nel 1938 nacque il figlio che chiamammo Fela. Quel bimbo non poteva essere altro che “Colui che emana grandezza”. Dopo Fela arrivò un altro figlio, Bekololari, che significa “La grandezza non è ciò che vedi coi tuoi occhi”. Lo chiamavamo “Beko”, fu il mio ultimo figlio. Infatti sopraggiunse qualcosa che la mia dignità non poteva più sopportare: l’ingiustizia. Di fronte a essa non potevo restare indifferente, era come un fuoco che divora le sterpaglie. Perciò, volente o nolente, venni come travolta da un torrente in piena: il desiderio e il bisogno di sollevare le donne attorno a me e far sentire la loro voce. Fu così che in quel periodo, poco dopo la nascita di Fela, il mio matrimonio cominciò a dare segnali di debolezza. Giorno dopo giorno osservavo il padre dei miei figli allontanarsi sempre di più, io stessa sentivo che la distanza si faceva più grande. Il fiume della nostra vita in comune si prosciugava 
 e presto ne rimasero appena i due aridi letti.


 Cos’era successo? Non lo sapevamo né lui né io, ma di sicuro c’entrava il costante tiro alla fune che io facevo tra la mia vita familiare e la battaglia che ormai non potevo più abbandonare. Nessuno dei bambini scoprì mai nulla della nostra separazione. Eravamo nel 1945 e la grande guerra degli oyinbo (5) stava per finire, Fela aveva sette anni ed era l’unico che ci dava delle preoccupazioni. Lui, più di tutti gli altri bambini, conobbe le frustate dell’atori (6) . Dal momento in cui era nato eravamo preoccupati di ciò che scorgevamo nei suoi occhi: superbia, testardaggine, una sconsiderata avventatezza, arroganza e depravazione… Temevo che tutti questi segnali non significassero altro che disgrazie e sfortuna, perciò una notte tornai di nascosto a consultare il Babaláwo. Ecco cosa mi rivelò l’oracolo di Ifá (7): “Il bambino crescerà testardo, impetuoso, sfrenato… il suo cammino è disseminato di insidie… turbolenze e violenza… Le sue mogli saranno numerose… vivrà in povertà assieme ai mendicanti e ai delinquenti. I suoi amici saranno dei ricercati… ed egli verrà bollato come un “fuorilegge”. Tutto questo perché se ne fregherà della legge, si scaglierà contro i tabù degli uomini e contro gli dei degli oyinbo… E morirà per mano loro”.
 Scoppiai in lacrime, distrutta e gridai: “Oh Signore, perché mai siamo così maledetti?”. Ci sono dei fardelli che una persona non può portare con sé da sola: appena tornata a casa raccontai al padre dei bambini cosa era successo. Fu l’unica volta che non mi rimproverò di aver interpellato il Babaláwo. Lasciò sprofondare la testa nelle sue mani e cadde in una meditazione profonda. Quando risollevò la testa c’era una grande determinazione nel suo sguardo. “Con l’aiuto di Dio”, sentenziò, “proveremo a cambiare il destino di Fela!”. Soprattutto, gli si doveva inculcare il timore nei confronti dei suoi genitori. Non è forse menzionato nelle Scritture che il timore di Dio è l’inizio della saggezza dell’uomo? E non era forse la frusta il nostro unico strumento per inculcare ai figli il rispetto delle leggi dell’uomo e i comandamenti di Dio? Ancora, non era forse Cristiana da ben due generazioni la famiglia Ransome-Kuti? Il padre dei bambini e io eravamo sempre stati d’accordo su di una cosa: i figli dei Ransome-Kuti sarebbero stati un esempio di buone maniere e saldi princìpi per l’intera Abeokuta e per i paesi vicini. 



Anche se in un cantuccio del nostro cuore non avevamo fiducia nell’uomo bianco, eravamo convinti che solo la sua religione, la sua sapienza e le sue abitudini ci avrebbero permesso di recuperare lo scettro del potere che lui stesso aveva sottratto alla nostra gente. Gli anni passarono, incidendo solchi profondi nei nostri volti e fortificando lo sguardo fiero negli occhi di Fela. Eravamo profondamente preoccupati. Con tutto ciò che sapevamo su di lui, non era forse nostro dovere inculcargli il senso dello stare in guardia, per contenere la sua imprudenza? Era pur sempre venuto al mondo all’interno di un popolo conquistato, la cui ora non era ancora arrivata. Le storie dei nostri antenati erano ancora scolpite nelle nostre menti: Odùduwá… i sette regni… poi l’avvento della grande tragedia: la venuta degli oyinbo… le guerre… le sconfitte… il sangue versato nella Terra degli Yoruba… Così tanti di noi quanti alberi ci sono in una foresta vennero catturati, incatenati, trasportati sulla costa e imbarcati su delle navi. Destinati a quale mondo sconosciuto? A quale inferno…? Di fronte ai bambini non parlavamo mai di queste cose, eppure ben presto, uno dopo l’altro, avrebbero domandato: “Come mai il nostro popolo è governato dagli oyinbo e dai loro eserciti?”. E sapevamo sin dall’inizio che Fela non si sarebbe accontentato della nostra risposta… La nostra intenzione era stata di proteggerlo dal male… ma le azioni dei mortali sono percepite e giudicate in maniera differente, a seconda che si tratti di un mortale o di uno Spirito. Ebbene, cosa ha da dire lui, mio figlio?



2. Abiku Colui che è nato due volte 

Dopo ben tre anni di attesa, mia madre e mio padre volevano proprio un bambino. Ma non ero io che volevano, no, no! Ne volevano uno qualsiasi del cazzo. Uno di quei tipi miti, tranquilli, hai presente? Beneducato. Sì padrone qui, sì padrone là. Non volevano mica un figlio di puttana come me! E invece, eccomi qui adesso. Sono venuto fuori io. Alla faccia loro, alla faccia di tutti. E bada bene: io sono nato due volte! La prima volta fu nel 1935. Di quello che provai non ho ricordi. Niente! Zero! È uno dei nostri limiti, non conoscere da dove veniamo. Comunque, quando nacqui mio padre voleva imitare suo padre, entrambi erano reverendi protestanti. E così, per compiacere all’uomo bianco di turno, mio padre chiese ad un tale missionario tedesco di… darmi un nome. Ma ti immagini? Un bianco che dà il nome a un figlio africano? In Africa poi! Dove i nomi sono presi così sul serio… Pensa che c’è persino una speciale “cerimonia del nome” ogni volta che nasce un bambino, senza la quale si dice che il bambino non possa entrare davvero nel mondo dei vivi. E questo solo per fare felice qualche missionario bianco… Oh no, no! Noooooo! Be’, sai come mi ha chiamato quel figlio di puttana? Hildegart!
 Si, proprio così, Hildegart! Oooooooh!





NOTE

1. Uno stregone originario della regione Ashanti, in Ghana, attraverso il quale Fela riuscì a comunicare per la prima volta con sua madre, nel 1981.
2. Tamburi sacri degli Yoruba
3. “Colui che svela i misteri”, il sacerdote supremo del culto degli Yoruba che comunica direttamente con gli Orishas (le divinità). 
4. L’Essere Supremo degli Yoruba
5. I bianchi.
6. Una verga, in particolare quella che il padre di Fela teneva sempre a portata di mano. 
7. Il più universale tra gli orishas Yoruba, la divinità che viene più frequentemente consultata nelle occasioni importanti. L’oracolo di Ifá consiste in trentadue semi di palma, sedici dei quali vengono utilizzati dal Babaláwo durante la seduta divinatoria.


*da "FELA - Questa bastarda di una vita"
di Carlos Moore
© 2012 Arcana Edizioni Srl
10righedailibri.it





ps di Ubu

Ringrazio Ettorino per aver smarrito su un muretto di Castilenti, qualche decennio fa, un'audiocassetta che io trovai. Dentro c'era la musica di Fela Kuti. Insieme abbiamo ascoltato quella cassetta centinaia di volte, quasi a consumarla irreparabilmente. Quasi, perchè quella cassetta è ancora con me. 






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